di Roberto Alicandri
I giudizi di natura canonica spettano alle competenti autorità ecclesiastiche. Con questo contributo intendiamo esclusivamente riportare e contestualizzare un evento di indubbia rilevanza storica, ecclesiale e culturale: la consacrazione di quattro vescovi senza mandato pontificio da parte della Fraternità San Pio X, avvenuta nonostante il recente richiamo di Papa Leone XIV alla prosecuzione del dialogo e alla ricerca della piena comunione ecclesiale.
Il 1° luglio 2026 rischia di entrare nella storia della Chiesa cattolica come una nuova, dolorosa data di frattura ecclesiale. A quasi trentotto anni dalle consacrazioni episcopali compiute da mons. Marcel Lefebvre il 30 giugno 1988, la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha proceduto oggi, presso il seminario di Ecône, in Svizzera, alla consacrazione di quattro nuovi vescovi senza il mandato pontificio. Un gesto che la Santa Sede aveva già definito un possibile “atto scismatico” e che riapre una delle ferite più profonde del cattolicesimo contemporaneo.
Le consacrazioni sono state conferite da mons. Alfonso de Galarreta, uno dei quattro vescovi consacrati da Lefebvre nel 1988, con la partecipazione di mons. Bernard Fellay.
"I quattro vescovi oggi ordinati sono: Pascal Schreiber, svizzero, 53 anni, ordinato sacerdote a Ecône nel ‘98; Michael Goldade, originario del North Dakota e cresciuto in Kansas (Usa); Michel Poinsinet de Sivry, 42 anni, e Marc Happier, 36 anni, entrambi francesi". (Vatican News)
La cerimonia si è svolta davanti a migliaia di fedeli convenuti a Ecône da diverse parti del mondo.
Secondo il vigente Codice di Diritto Canonico, la consacrazione episcopale senza mandato pontificio costituisce un delitto canonico di particolare gravità. Il can. 1387 §1 prevede infatti che sia il vescovo consacrante sia colui che riceve la consacrazione incorrono nella scomunica latae sententiae, ossia automatica, riservata alla Sede Apostolica. Saranno tuttavia le competenti autorità ecclesiastiche a valutare ufficialmente la configurazione canonica degli eventi verificatisi il 1° luglio 2026.
Quanto accaduto, però, assume un significato ancora più drammatico alla luce delle parole rivolte appena due giorni fa da Papa Leone XIV al superiore generale della Fraternità, don Davide Pagliarani. In una lettera datata 29 giugno, il Pontefice aveva ribadito la volontà della Santa Sede di proseguire il dialogo teologico avviato nei mesi precedenti, invitando la Fraternità a non compiere un gesto che avrebbe potuto “lacerare la tunica di Cristo” e compromettere ulteriormente il cammino verso la piena comunione ecclesiale. L’invito del Papa, tuttavia, non è stato accolto.
Ma cosa separa, ancora oggi, la Fraternità San Pio X dalla Chiesa cattolica? La questione non riguarda soltanto la celebrazione della Messa secondo il rito tridentino del Messale del 1962, che i lefebvriani continuano a considerare l’espressione privilegiata della tradizione liturgica latina. Il dissenso è più profondo e investe alcuni dei punti centrali del Concilio Vaticano II.
La Fraternità fondata da mons. Lefebvre ha sempre contestato l’interpretazione moderna della libertà religiosa, il dialogo ecumenico e interreligioso promosso dal Concilio, alcuni aspetti della collegialità episcopale e, più in generale, quel processo di rinnovamento ecclesiale che, a partire dagli anni Sessanta, ha modificato il volto della Chiesa cattolica contemporanea. Per i lefebvriani, molte delle riforme conciliari rappresenterebbero una rottura con la tradizione precedente; per il Magistero cattolico, invece, esse costituiscono uno sviluppo organico della stessa tradizione apostolica. Il parallelo con il 1988 appare inevitabile. Allora, san Giovanni Paolo II parlò di “atto scismatico” dopo le consacrazioni compiute da mons. Lefebvre e da mons. Antonio de Castro Mayer. Oggi, quasi quattro decenni dopo, la Chiesa si trova nuovamente a confrontarsi con una decisione unilaterale che rischia di compromettere anni di tentativi di riconciliazione, proseguiti durante i pontificati di Benedetto XVI, Francesco e, negli ultimi mesi, di Papa Leone XIV.
Di fronte ai fatti avvenuti oggi resta tuttavia il dato storico, ecclesiale e umano di una vicenda che suscita inevitabilmente amarezza. Mentre il Pontefice indicava ancora una volta la strada del dialogo e della comunione, da Ecône è arrivata la scelta di procedere autonomamente, riaprendo una ferita che molti speravano potesse finalmente essere sanata.
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