Nostos. Il mito del ritorno.

Pubblicato il 25 giugno 2026 alle ore 17:17

di Francesco Schiavone

Il rapporto tra mito, storia e letteratura, o più in generale le arti, resta da sempre un nodo cruciale nel discorso legato all’ermeneutica sia occidentale che orientale. Le uniche certezze che abbiamo in questo campo sono che il mito, che sicuramente nasce come trasposizione tramandata oralmente,  diventa spesso letteratura o rappresentazione artistica soprattutto perché gli unici documenti che abbiamo e che attestano l'esistenza di esso sono quelli letterari e artistici. In alcuni casi poi la storia si trasforma in leggenda e mito, come nel caso di Alessandro Magno, in altri il mito cambia sotto l'influenza della storia, in altri ancora infine esso, una volta entrato in circolazione attraverso letteratura e arte, si trasforma e sembra mettere in ombra gli eventi storici o mettersi nella direzione che quelli prenderanno. Ulisse è forse la figura mitica e il personaggio che ha conosciuto maggior fortuna nella storia e nell'immaginario dell'antichità. Questo successo è dovuto essenzialmente a due fattori: il suo carattere poliedrico e le straordinarie avventure di cui è protagonista. Non è infatti un personaggio che possiede una sola caratteristica ma è un essere umano le cui varie sfaccettature possono essere sfruttate in un senso o nell'altro dagli artisti e dagli interpreti. Tutte queste qualità sono approfondite e moltiplicate nell'Odissea dove diventa protagonista, dopo che nell' Iliade aveva avuto un ruolo fondamentale ma non decisivo. L’ Odissea narra il ritorno in patria, ad Itaca, dopo la guerra di Troia. Ed è proprio la storia di questo ritorno, si sa che l’opera è uno dei tanti nostoi in circolazione all’epoca, che lo rende mito. L'esperienza umana, dell'intelligenza della coscienza e della sopravvivenza lo rendono invece narratore supremo di sé stesso e forse il primo autobiografo e romanziere dell'Occidente come affermava Piero Boitani.

Il tema del ritorno non è patrimonio esclusivo della sola cultura pagana. Altrettanto ricca ne appare la tradizione giudaico-cristiana. I racconti primigeni quelli cioè che accompagnano i primi passi dell’uomo nel mondo sono storie basate sui miti della creazione e i miti del ritorno. Il desiderio del ritorno è inscritto nei primi capitoli della Genesi come conseguenza logica della perdita dell’Eden e guida il cammino dell’umanità fino alla fine dei tempi. Nella Genesi la storia di Giuseppe, il figlio di Giacobbe, venduto come schiavo dai fratelli, getta le basi per l’archetipo del ritorno che è radicato nell’uscita degli Ebrei dall’Egitto narrata nel Pentateuco, un modello incentrato sul binomio ritorno-riconoscimento e sul valore della memoria. Questo paradigma proietta la sua ombra tanto sugli altri libri dell’Antico Testamento e sul Nuovo, quanto sulla letteratura occidentale, al centro della quale spicca la Commedia di Dante, che è tanto un viaggio di ritorno a Beatrice, quanto un esodo gigantesco. Il racconto della ricerca della verità da parte del poeta che combina Virgilio e la Bibbia in un nuovo poema che assume anche carattere mitologico oltre che sacro. Inoltre l’Ulisse della commedia, che Dante incontra nel canto XXVI dell’Inferno, sembra diventare, nell’espiazione delle sue colpe attraverso le pene infernali, egli stesso un nostos. Dopo essere tornato a Itaca, infatti, riprende a viaggiare all’infinito quasi a confondere il viaggiatore con il viaggio in un eterno ritorno. Quanto sia stato importante il paradigma dantesco lo testimoniano tanto Il mondo creato di Torquato Tasso, quanto Il Paradiso perduto di John Milton che, secondo Northrop Frye, insieme al Paradiso riconquistato si fondano sull’archetipo del ritorno all’Eden.

Nonostante il continuo ritorno della rottura con il passato anche il Novecento ha mostrato un singolare attaccamento al mito di Ulisse e quindi al tema del ritorno stesso. Conrad in The mirror of the sea ritrova l'Ulisse di Omero e di Dante, Ezra Pound apre i Cantos traducendo dall'inizio dell'Odissea, anche Kafka ne Il silenzio delle sirene richiama al mito di Ulisse e del ritorno. La versione che più influisce sul Novecento e che più richiama a Ulisse e al nostos è sicuramente quella che Joyce propone nel suo Ulysses. Il racconto in flusso di coscienza della giornata del 16 giugno 1904 passata dall'ebreo irlandese Leopold Bloom e del suo vagabondare per la città di Dublino. Bloom, che sembra una controfigura di Ulisse, nel romanzo che appare come una parodia ma che in realtà è una trasposizione straordinaria e fuori dal comune del mito in chiave di vita ordinaria e contemporanea, torna a casa nel letto coniugale, sebbene in quest'ultimo sia ancora evidente il segno lasciato dal corpo dell'amante della moglie Molly, nuova Penelope. L'opera di Joyce completa la triade rappresentata dall'opera di Omero e da quella di Dante in cui Ulisse è il protagonista centripeto. Nel poemetto del 1933 intitolato Ulysse, Benjamin Fondane, rumeno emigrato in Francia, racconta di un Ulisse dolente ed esistenziale, un ebreo che muore ad Auschwitz, venendo a fondare una nuova poetica di Ulisse e di un ritorno che, a causa dei tragici eventi di metà Novecento, assume tinte sempre più tragiche. Sempre da un campo di concentramento, infatti, canta Primo Levi che ricorda l'Ulisse di Dante in uno dei più tragici episodi del romanzo Se questo è un uomo e torna all'eroe omerico nell'ultimo suo libro intitolato I sommersi e i salvati. Ma è nel suo romanzo La Tregua che il suo Ulisse, ebreo che erra per tornare a casa e vive il mito del ritorno verso la salvezza e la ritrovata normalità.

Il viaggio di Primo Levi verso Torino, sua città natale, è un gioioso tormento: il sapore della libertà si mischia con il sentimento di vergogna per essere sopravvissuto all’Olocausto. Un groviglio di sensazioni contrastanti accomuna gli ex deportati. Migliaia di persone sono convogliate dalle truppe di occupazione su treni diretti chissà dove. Vi è un contrasto stridente tra le immagini fotografiche che mostrano la soddisfazione sui volti dei liberatori e l’angoscia testimoniata dai sopravvissuti, soli davanti a un futuro incerto. Il viaggio di ritorno di Primo Levi inizia a fine febbraio per concludersi il 19 ottobre del 1945 con l’approdo a Torino. La prima fermata è Katowice, Polonia, dove i sopravvissuti sono smistati in un campo di transito sottratto ai nazisti e riadattato a nuova funzione. Qui, i disgraziati possono trovare un primo ristoro e ritornare a svolgere lavori utili alla vita in comune, oppure imparare nuove lingue e mestieri.  Nessuno ha la sicurezza di ritrovare, nel paese di origine, una casa ancora in piedi. Nell’immediato dopoguerra in Polonia avvengono progrom per mano della popolazione locale, sempre contro gli ebrei: sono civili che hanno approfittato delle espropriazioni naziste per impossessarsi delle abitazioni dei deportati.

Possiamo concludere dicendo che il mito del ritorno, l’antico nostos, è ormai un archetipo oltre che della classicità anche della modernità e della contemporaneità, rappresentato anche dal  continuo ritorno al mito, ovvero la trasposizione di miti dell'antichità e della cristianità che devono servire a raccontare l’epoca contemporanea.

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