“L’Architetto” di Paola Agutoli. Il ritmo del tempo e le geometrie del potere nell’antico Egitto.

Pubblicato il 13 giugno 2026 alle ore 13:48

di Bruno Marfé 

Esistono romanzi che non si limitano a raccontare una storia, ma sembrano costruiti come una complessa partitura, nella quale ogni elemento contribuisce a un equilibrio più ampio fatto di ritmo, tensione e armonia. È il caso de L’Architetto, la nuova opera di Paola Agutoli, disponibile su Amazon, https://amzn.to/3PsiD2A, un romanzo storico che coniuga il fascino della grande narrazione epica con la suspense del thriller, immergendo il lettore nel cuore dell’antico Egitto.

In un panorama narrativo spesso incline alla semplificazione, Paola Agutoli sceglie una strada diversa, dando vita a una costruzione narrativa articolata e ambiziosa. Siamo a Giza, intorno al 2530 a.C., durante la costruzione della grande piramide di Cheope. Sullo sfondo di una delle imprese più straordinarie della storia umana, si intrecciano ambizioni, segreti e lotte per il potere. Protagonista della vicenda è Ankha, un giovane scriba proveniente da Assuan, giunto al cantiere reale con un sogno apparentemente impossibile: diventare architetto. Ma il suo passato nasconde un segreto destinato a intrecciarsi con il destino stesso della dinastia.

La trama si sviluppa attraverso una pluralità di personaggi e di punti di vista che si richiamano e si contrappongono come le voci di una composizione polifonica. Mentre i giganteschi blocchi di pietra vengono innalzati seguendo precise geometrie, all’interno della corte si consumano rivalità e congiure. Le regine Meritites ed Henutsen, determinate a garantire il trono ai rispettivi figli, Chefren e Djedefra, trasformano la successione al faraone in una partita senza esclusione di colpi, nella quale superstizione, magia e violenza si intrecciano con gli interessi della politica.

È proprio questo continuo alternarsi tra la dimensione monumentale delle opere destinate all’eternità e la fragilità delle passioni umane a costituire uno degli aspetti più interessanti del romanzo. I capitoli procedono con un andamento crescente che culmina nella morte del faraone e nella conseguente crisi dinastica. Da quel momento il racconto accelera il proprio ritmo e assume i tratti del romanzo d’avventura: Ankha, il principe Chefren e lo scalpellino Pakher si ritrovano intrappolati nel cuore della Grande Piramide, in un labirinto di corridoi e trappole mortali, costretti a una disperata lotta contro il tempo e contro l’oscurità.

La scrittura di Paola Agutoli riesce a restituire con efficacia la fisicità degli ambienti e la dimensione sensoriale del racconto. Si avvertono il calore del deserto, il peso della pietra, la claustrofobia degli spazi chiusi e il senso di mistero che da sempre circonda la civiltà dei faraoni. Ma al di là della ricostruzione storica, accurata e suggestiva, L’architetto affronta temi che conservano una sorprendente attualità: l’ambizione, il rapporto tra potere e responsabilità, la lotta per la sopravvivenza e la capacità dell’uomo di reinventarsi quando il mondo che lo circonda sembra crollare.

Per queste ragioni siamo particolarmente lieti di ospitare su Partiture Letterarie, grazie alla cortese disponibilità dell’autrice, un’anteprima esclusiva di alcuni capitoli dell’opera.

Nelle pagine che seguono i lettori potranno entrare direttamente nella voce narrativa di Paola Agutoli e assaporare l’atmosfera di un romanzo che unisce ricostruzione storica, tensione narrativa e riflessione sul potere, accompagnandoci in un viaggio che, dalle sabbie di Giza, continua a interrogare anche il nostro presente.

Buona lettura.

 

L'autrice
Paola Agutoli: Tra Scrittura e Artigianato Artistico
Oltre a dedicarsi alla scrittura e alla ricostruzione storica, Paola Agutoli coltiva una profonda passione per la creatività manuale e il design. Era infatti la titolare dell'Atelier Vintage di Agutoli Paola, un'attività artigianale con sede a Tirano, in provincia di Sondrio (nella zona della Media Valtellina). Iscritta al settore dell'artigianato artistico, la sua realtà era specializzata in particolare nella produzione di bigiotteria. Questo forte legame con la creazione, la cura dei dettagli e la lavorazione di materiali trova un'affascinante eco anche nella sua produzione letteraria, dove la precisione delle strutture e l'attenzione alla materia – come i grandi blocchi di pietra che evocano le atmosfere de L'architetto – riflettono una spiccata sensibilità estetica e progettuale.

L'architetto 

Cap.1 

Giza (Egitto) - 2483 a.C. circa. Giorno del funerale del faraone Cheope

Era l’alba. Il sole Ra stava lasciando le tenebre dell’oltretomba per illuminare la terra e far nascere un nuovo giorno.

Ma non era un giorno qualunque. Era l’inizio di una nuova era, di un nuovo regno. Di lì a poco il sacro corpo imbalsamato del faraone Cheope sarebbe stato deposto nella sua piramide, e gli dei — e l’Egitto  — avrebbero potuto accogliere il suo successore.

Quella mattina il vento furioso che aveva flagellato la piana per tutti i settanta giorni dell’imbalsamazione si era finalmente placato. Il cielo, che era rimasto nero e greve come una notte senza luna, si era rischiarato , diventando limpido, azzurro e luminoso come la turchese estratta nelle lontane miniere del Sinai.

Nella camera funeraria, sepolta nel cuore della piramide, tre uomini attendevano in silenzio; altri sarebbero giunti insieme alla mummia del re. C’erano il Gran Sacerdote d’Osiride Shashemai, l’architetto Ankha e lo scalpellino Pakher. Il primo panciuto di mezz’età; il secondo, esile e di origine nubiana; il terzo, un colosso libico dalla forza proverbiale. Shashemai aveva consegnato loro due papiri: «In inchiostro nero trovate le formule che verranno pronunciate da me e dagli altri officianti. In rosso, quelle che direte voi. È chiaro?»

Entrambi avevano annuito.

«Bene. Quando Djedefra e le due regine saranno usciti, vi posizionerete ai lati del meccanismo che chiude la stanza. Quando Chefren si avvicinerà al sarcofago per l’ultimo saluto al padre, azioneremo il dispositivo e lo sigilleremo dentro. Morto lui, nessuno potrà più ostacolare l’ascesa al trono del fratellastro.»

«E se qualcuno sentisse le sue urla?» aveva chiesto Pakher.

«Non accadrà. Questa camera è così lontana dagli altri ambienti che Chefren potrebbe gridare fino a lacerarsi la gola e nessuno lo udirebbe.»

Un suono lontano li aveva interrotti: un frinire di sistri, un battere di tamburelli, un ondeggiare di canti e preghiere. Su tutti dominava la voce alta e possente di Neferi.

«È la processione reale! Ai vostri posti!» aveva ordinato Shashemai, agitato, posizionandosi ai lati dell’ingresso.

Un attimo dopo era entrato Neferi, avvolto in una lunga tunica nera e con la maschera da falco del dio Sokhar. Dietro di lui avanzavano il sarcofago d’oro con la mummia di Cheope, portato da otto guardie nubiane, i due figli del re — Djedefra e Chefren — e le vedove principali, Henutsen e Meritites. Le regine indossavano le vesti e le corone di Iside e Nephti; Chefren portava gli emblemi di Horus, mentre Djedefra era avvolto nella pelle di leopardo del sacerdote Sem, così grande da sfiorargli le caviglie.

I portatori avevano estratto la mummia dalla bara e l’avevano posta in piedi su un piccolo cumulo di sabbia, simbolo del tumulo primordiale su cui Ra era sorto all’inizio dei tempi. Poi si erano ritirati con un inchino.

Mentre Shashemai illustrava le procedure del rito, Ankha aveva osservato Cheope. Bendato come una bambola di stoffa, non lasciava intuire l’uomo che per cinquant’anni aveva retto il destino dell’Egitto.

Neferi aveva purificato le mani dei presenti con acqua e santificato la loro bocca con grani di natron, amari e salati. Poi aveva rivolto la mummia verso sud.

Henutsen e Meritites si erano avvicinate e l’avevano salutata con le parole di Iside al corpo di Osiride: «Salute a te, fratello adorato. Il tuo erede ha compiuto i riti che ti permetteranno di salire in cielo. Ma come farai, se non hai le ali?» Aveva risposto Neferi: «Salirà in cielo come un falco portato dal vento.» La sua voce, filtrata dalla maschera, sembrava provenire dall’oltretomba.

Era intervenuto allora Djedefra. Neferi gli aveva consegnato il pastorale e il flagello, e il giovane li aveva deposti tra le mani bendate del padre: «Pongo questi scettri nelle tue mani, affinché tu possa aprire i chiavistelli del cielo e prendere posto tra gli dèi.»

Poi aveva sfiorato con una lama biforcuta le bende sul cuore: «O Cheope, io, tuo erede, ti restituisco il dominio su tutto l’Egitto.» Aveva mostrato alla mummia le armi prese dal corredo funerario: «Con queste scaccerai il male e abbatterai i tuoi nemici. Essi arretreranno davanti a te e non potranno nuocerti.»

Henutsen aveva preso il suo posto. Si era scoperta il seno destro e aveva lasciato cadere qualche goccia di latte sulla bocca dipinta del re: «Questo è il latte di Hathor: ti darà vita e potere eterni.»

Shashemai aveva asperto la stanza e il corpo con acqua sacra: «Dei di tutto l’Egitto, proteggete questa piramide e questo corpo perché durino per sempre. Chi agirà contro di essi con intenzioni malvagie sarà noto agli dèi e maledetto.»

Era giunto il momento conclusivo del rito, quello che avrebbe consacrato Djedefra come faraone. Neferi aveva deposto ai piedi di Cheope una tavola d’offerte d’alabastro, l’aveva purificata e aveva invitato il giovane a leggere la formula incisa.

Ma il giovane, contro ogni aspettativa, si era rifiutato. Era crollato ai piedi della mummia, singhiozzando: «Non ci riesco… non ci riesco… sto male…»

«Così il funerale resterà incompleto! - aveva ringhiato Shashemai – e lo spirito del re non raggiungerà mai gli dèi!»

«Lo so… ma non posso… Padre, perché sei morto? Perché mi hai lasciato? Come farò senza di te?» aveva gemuto, stringendo le caviglie bendate.

Era intervenuta Henutsen , la voce dura come pietra: «Alzati e finisci il rito. Sei l’erede, devi farlo.»  Non sembrava più una madre: era Sekhmet in collera.

«Principe, vi scongiuro…- l’aveva supplicato Neferi - Se non per voi, per vostra madre… per l’Egitto.»

Ma Djedefra era rimasto rannicchiato, ancora più piccolo, come un bambino smarrito.

Henutsen aveva trattenuto a stento l’impulso di colpirlo. Aveva però sibilato: «Sei un verme, un pusillanime, un inetto. Come ho potuto generare un essere come te? Non sembri nemmeno uscito dal mio ventre. Non sei degno del dolore che ho sofferto per darti la vita. Se l’avessi saputo, ti avrei abortito.»

«Madre!”  aveva singhiozzato disperato.

«Non chiamarmi così. Non lo meriti. Non meriti più nulla da me.»

«Madre…» aveva ripetuto, annientato.

 

Nella tomba era calato un silenzio abissale, rotto solo dai singhiozzi ansimanti e disperati di Djedefra : il pianto di un figlio che aveva perduto non solo il padre, ma anche la donna che l’aveva generato.

«Cosa accadrà ora?» aveva domandato Neferi, dando voce al terrore che tutti trattenevano.

Shashemai aveva abbassato lo sguardo, cupo: «Non lo so con precisione. Una cosa simile non è mai accaduta. I testi affermano che se Cheope non verrà inumato, il suo spirito non potrà raggiungere le stelle né salire sulla barca di Ra. Rimarrà qui, insepolto, né vivo né morto. E senza la sua ascesa non potremo eleggere un nuovo faraone. L’Ordine verrà spezzato, e il mondo, retto dall’Equilibrio della Maat, sarà travolto dal Caos di Isfet.»

Henutsen aveva scagliato un urlo contro il figlio, un grido che sembrava voler lacerare la pietra stessa: «Hai sentito, verme inutile? Tutto questo per colpa tua! Se non sapessi di commettere un sacrilegio peggiore del tuo, ti ucciderei con le mie stesse mani!»

Ma gli dèi, quella volta, avevano avuto pietà dell’Egitto. E del loro figlio defunto.

Erano intervenuti, salvando Cheope e l’universo.

Mentre Djedefra, sempre più affranto, continuava a piangere abbracciato al corpo bendato del padre, Chefren — mosso da una volontà che non era la sua — aveva strappato dalle mani di Shashemai il sacro bastone Wr-Hekau dalla testa diserpente, e dopo aver pronunciato le formule che lo attivavano, si era avvicinato alla tavola d’offerta ai piedi della mummia di Cheope. E aveva letto, con voce ferma, l’elenco delle offerte funebri incise sulla pietra.

Quando aveva finito, un lampo di consapevolezza gli aveva attraversato lo sguardo. Si era irrigidito. Aveva capito. Aveva compreso l’enormità del gesto compiuto, un gesto che nessun mortale avrebbe osato compiere. E si era ammutolito, come se la lingua gli si fosse pietrificata in bocca.

Per un istante era tornato il silenzio. Così improvviso da spegnere persino i singhiozzi di Djedefra, che giaceva rannicchiato ai piedi del padre come un cucciolo tremante.

Poi, all’improvviso, l’aria era stata squarciata da un urlo. Un urlo che non apparteneva più a un essere umano. Era follia. Era dolore. Era rabbia, disperazione, e soprattutto una lucidissima, atroce consapevolezza.

Era Henutsen.

Lei, prima di tutti, aveva compreso ciò che quel gesto significava.

La legge era chiara: ereditava il trono chi completava la sepoltura del predecessore.

Djedefra aveva compiuto la prima parte del funerale. Chefren, la seconda.

Entrambi, ora, avevano gli stessi diritti sul trono d’Egitto.

Chi sarebbe diventato faraone? Djedefra? O Chefren?

Shashemai, però, aveva previsto un simile epilogo e si era preparato con cura. Dopo aver accompagnato le due regine e Djedefra fuori dalla piramide, era tornato sui suoi passi. Non aveva raggiunto, però, la camera funeraria, dove Chefren, Pakher e Ankha lo attendevano ignari. Si era fermato nell’anticamera, davanti ai meccanismi che facevano calare le lastre di pietra destinate a sigillare per sempre l’accesso alla stanza.  Erano perfettamente bilanciati: bastava la forza di un uomo robusto come lui per azionarli.

L’aveva fatto senza esitare, condannandoli a un sepolcro eterno.

Solo allora, soddisfatto, si era avviato verso l’uscita della piramide, pronto a raccogliere i frutti del suo malvagio operato.

 

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