Il libro più grande del mondo.

Pubblicato il 12 giugno 2026 alle ore 21:19

di Bruno Marfé 

Prima ancora di chiedersi quale sia il libro più bello mai scritto, o quello più importante, esiste una curiosità più bizzarra e quasi infantile che accompagna ogni amante della letteratura: qual è il libro più grande del mondo? Non in senso metaforico, ma nella sua più concreta e rassicurante fisicità. Quante pagine servono per contenere un universo?

Se si percorrono gli scaffali della letteratura mondiale, la prima risposta conduce inevitabilmente a una cattedrale di carta e memoria: Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust. Oltre tremila pagine, milioni di parole, un’opera che sembra sfidare il tempo stesso e che richiede al lettore una dedizione quasi monastica. Leggendo otto ore al giorno, a un ritmo sostenuto, occorrerebbero circa due settimane di isolamento dal resto del mondo soltanto per arrivare all’ultima pagina.

Eppure, perfino il monumento costruito da Proust appare quasi modesto davanti a Devta, il gigantesco romanzo dello scrittore pakistano Ilyas Sitapuri, conosciuto con lo pseudonimo di Nawab. Qui le pagine diventano settemila, la narrazione si trasforma in un continente e la lettura assume i contorni di una lunga traversata. Per completarla servirebbe quasi un mese di immersione totale. La grandezza, almeno apparentemente, sembra essere soltanto una questione di accumulo: più pagine, più parole, più peso sugli scaffali.

Ma la storia dei libri, come tutte le storie più affascinanti, ama i paradossi. E così il record più sorprendente non appartiene a chi ha aggiunto pagine su pagine, bensì a chi ha avuto l’audacia di fare esattamente il contrario. A chi è riuscito a nascondere l’infinito dentro un libricino sottile.

Nel 1961, lo scrittore francese Raymond Queneau pubblica un oggetto che assomiglia a un libro ma che, in realtà, è qualcosa di molto diverso. Cent mille milliards de poèmes, Centomila miliardi di poesie, conta appena dieci pagine. Una delusione, verrebbe da pensare, soprattutto dopo aver attraversato le montagne di carta di Proust e Sitapuri. Eppure è proprio in quelle dieci pagine che la letteratura incontra la matematica e genera una delle invenzioni più straordinarie del Novecento.

Su ciascuna pagina è stampato un sonetto di quattordici versi. Ma ogni pagina è tagliata in quattordici strisce orizzontali. Il lettore può sollevare ogni singola fascia e combinarla con quelle delle altre pagine, sostituendo un verso con un altro senza alterare la struttura metrica, le rime e la coerenza grammaticale. Il primo verso del primo sonetto può unirsi al secondo del settimo, al terzo del decimo e così via. Il libro smette di essere una strada da percorrere e si trasforma in una macchina.

È un’idea semplice e geniale. Invece di scrivere centomila miliardi di poesie, Queneau ne scrive soltanto dieci e lascia al lettore il compito di completare l’opera. Decenni prima dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi generativi, lo scrittore francese costruisce una sorta di software poetico fatto di carta, inchiostro e forbici.

Ed è qui che la realtà comincia ad assumere contorni quasi fantastici.

Le possibili combinazioni sono centomila miliardi. Un numero così grande da risultare quasi privo di significato per la mente umana. Se ogni poesia fosse stampata su una singola pagina, la raccolta completa occuperebbe milioni di volumi: una biblioteca smisurata, probabilmente più estesa di molte città.

Ma la vera vertigine arriva quando si prova a immaginare il tempo necessario per leggerle tutte. Lo stesso Queneau si divertì a fare i conti: un lettore instancabile, impegnato giorno e notte, senza mai concedersi una pausa, impiegherebbe circa cinquecentosettanta milioni di anni per esaurire tutte le possibili combinazioni. Una cifra che appartiene più alla geologia che alla letteratura.

Quando i primi animali complessi iniziavano a popolare gli oceani della Terra, il nostro immaginario lettore immortale avrebbe appena aperto il libro. Oggi, dopo ere glaciali, estinzioni di massa, continenti che si spostano e specie che nascono e scompaiono, si troverebbe ancora lontanissimo dall’ultima pagina. Persino il tempo dell’evoluzione biologica si rivelerebbe insufficiente per completare la lettura di quel sottile volume.

E c’è un’altra meraviglia nascosta tra quelle dieci pagine. Se due lettori, in qualunque parte del mondo, scegliessero casualmente una poesia, la probabilità di leggere esattamente lo stesso sonetto sarebbe una su centomila miliardi. Ogni combinazione è un evento quasi irripetibile. Ogni lettore, inconsapevolmente, potrebbe essere il primo essere umano nella storia a posare gli occhi proprio su quella particolare sequenza di versi.

Proust aveva costruito una cattedrale della memoria. Nawab aveva eretto una montagna di parole. Queneau, invece, compì qualcosa di ancora più sorprendente: sostituì la quantità con la possibilità.

Per questo il suo libro appare oggi incredibilmente moderno. Appartiene ancora all’epoca della stampa, ma ragiona già come un algoritmo: un oggetto analogico che anticipa il mondo digitale, un piccolo congegno capace di generare testi sempre diversi, un universo tascabile nato dall’incontro tra poesia e matematica.

E forse è proprio questo il più affascinante dei paradossi. Il libro più grande mai scritto non è quello che occupa più spazio sugli scaffali, né quello che richiede una gru per essere trasportato. Pesa appena qualche grammo. E forse, per contenere un universo, non servono migliaia di pagine: a volte basta avere l’intuizione di tagliarne dieci in quattordici strisce.

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