di Bruno Marfé
La città verticale
Ho trascorso una vita intera a calcolare baricentri, a cercare quel punto preciso in cui le forze contrapposte si compensano e una struttura trova il proprio equilibrio. È il principio fondamentale dell'ingegneria: ogni opera, per durare, deve distribuire correttamente i carichi e governare le tensioni. Poi uscivo dagli uffici comunali e tornavo a percorrere Napoli.
Attraversavo Materdei, dove sono nato. Salivo verso il Vomero. Scendevo a Chiaia. Mi spingevo fino a Posillipo. E ogni volta avevo la sensazione di trovarmi davanti a una città che sembrava smentire tutte le leggi della statica.
Napoli non si sviluppa semplicemente in orizzontale. Sale, scende, si arrampica, precipita. È una città costruita sulle differenze di quota prima ancora che sulle differenze sociali. Vive nella verticalità del suo paesaggio e delle sue contraddizioni. Napoli non si regge sull'annullamento delle forze. Si regge sulla loro esasperazione.
Storicamente, culturalmente e antropologicamente, questa città non può che essere considerata una capitale. Ma è una capitale dell'incongruenza che si trasforma in armonia.
Oggi, da pensionato, ogni ritorno rappresenta una sorta di chiusura del cerchio. Ho lasciato Napoli formalmente, ma non spiritualmente. Ogni visita diventa la rilettura di un'equazione complessa nella quale i conti continuano a tornare, anche quando i singoli addendi sembrano contraddirsi. Nei vicoli si incontrano simulacri religiosi, altarini spontanei, mercati popolari, voci che si rincorrono da un balcone all'altro. I motorini attraversano gli spazi sfidando la cinetica e il codice della strada con una libertà che sembra avere una propria geometria.
Poi basta una funicolare per ritrovarsi nel rigore urbanistico del Vomero, tra prospettive ordinate, eleganti edifici liberty e silenzi quasi borghesi. Sembrano città incompatibili. Eppure convivono.
Da ingegnere ho imparato che un sistema complesso è tanto più affascinante quanto più riesce a ospitare al proprio interno regimi di funzionamento differenti senza collassare. Napoli compie questo miracolo ogni giorno.
Il fattore Vesuvio
Poi c'è il golfo. Da Posillipo lo sguardo si apre su una delle immagini più potenti della bellezza italiana. Il mare, le isole, la luce che cambia colore con il passare delle ore.
Eppure quella bellezza non concede mai una distrazione completa. Sul fondo della scena rimane sempre lui. Il Vesuvio.
Una presenza che osserva, silenziosa e severa. Forse il segreto della napoletanità nasce proprio da qui.
Come potrebbe essere altrimenti per una civiltà cresciuta alle pendici di un vulcano? Vivere sotto una minaccia permanente modifica il rapporto con il tempo. Ogni giornata assume un valore diverso. Ogni momento può diventare irripetibile. Non credo che la proverbiale intensità con cui i napoletani vivono la vita sia superficialità. Al contrario.
Mi è sempre sembrata una forma particolarmente lucida di consapevolezza esistenziale.
Da questa pressione sotterranea sembra nascere tutto. La cucina. La musica. L'arte. L'ironia. La capacità di trasformare una difficoltà in una narrazione.
Ho visto tutto questo da dentro, negli anni trascorsi nell'amministrazione comunale. Ho attraversato periferie ferite e quartieri eleganti, ho lavorato accanto a persone che sapevano essere generose e diffidenti nella stessa settimana, a volte nella stessa conversazione. Ho incontrato artigiani capaci di un savoir-faire antico e di un'arte dell'arrangiarsi altrettanto antica. Ho visto il sacro e il profano condividere lo stesso vicolo senza chiedersi il permesso. Non erano contraddizioni da risolvere. Erano la formula.
Luciano De Crescenzo e la filosofia della città
Forse nessuno ha saputo raccontare questa natura contraddittoria meglio di Luciano De Crescenzo. Non è un caso che fosse ingegnere. Prima ancora di diventare scrittore, regista e divulgatore, aveva imparato a osservare il mondo con lo sguardo di chi cerca strutture, relazioni e connessioni. Per questo la sua Napoli non era mai folklore.
Era antropologia. Era filosofia. Era analisi umana.
De Crescenzo aveva compreso che Napoli non è una città da spiegare, ma da interpretare. Non si lascia ridurre a una formula. Eppure continua a generare significato.
La realtà e il cinema
Napoli è una rappresentazione teatrale che invade la strada e diventa realtà.
Forse è per questo che il cinema continua a tornarci.
Quando in È stata la mano di Dio il giovane Fabietto afferma che l'arte è necessaria perché «la realtà è scadente», viene da sorridere.
A Napoli la realtà non è mai scadente. Semmai è eccedente. Troppo intensa. Troppo contraddittoria.
Troppo ricca di storie per essere contenuta in una sola definizione. Per secoli questa popolazione ha vissuto con la sensazione di essere sospesa tra il desiderio di autodeterminazione e il peso della storia. Da questa tensione è nato uno spirito ribelle che ha trovato una delle sue espressioni più alte nelle Quattro Giornate.
Una memoria civile che ho sentito riaffiorare con forza partecipando, non molto tempo fa, alle celebrazioni della Festa della Repubblica al Teatro di San Carlo. Per una sera quel luogo straordinario non è stato soltanto un teatro. È tornato a essere il cuore simbolico di una comunità.
In quel momento ho ripensato a una frase di De Crescenzo che compare su un murale dei Quartieri Spagnoli:
«Io penso che Napoli sia ancora l'ultima speranza che ha il mondo di sopravvivere.»
Forse era una provocazione. Probabilmente lo era. Ma le provocazioni intelligenti contengono quasi sempre una quota di verità.
Napoli non è una speranza perché è perfetta. È una speranza perché continua a produrre bellezza accanto al degrado, cultura accanto alle difficoltà, solidarietà accanto ai conflitti. Perché continua a rialzarsi.
Il privilegio della prima volta
Viviamo in un'epoca che ci spinge verso l'omologazione. Le città si assomigliano sempre di più. I linguaggi si uniformano. Le differenze si attenuano.
Napoli resiste.
Conserva una fiducia quasi ostinata nella vita. Talvolta irrazionale. Talvolta eccessiva. Ma profondamente umana.
Il senso autentico della provocazione di De Crescenzo non è che il mondo debba diventare Napoli. Sarebbe impossibile.
Forse il mondo ha semplicemente bisogno di recuperare qualcosa di ciò che Napoli rappresenta: la capacità di resistere, di reinventarsi e di continuare a credere nella possibilità del riscatto anche quando le tensioni sembrano superiori al carico di rottura.
Oggi guardo la mia città da una distanza serena. Probabilmente non tornerei più a viverci. Ho trovato altrove il mio equilibrio.
Eppure esiste una domanda che negli ultimi anni è diventata popolare sui social: quali esperienze vorresti dimenticare soltanto per avere il privilegio di viverle di nuovo per la prima volta?
La mia risposta è semplice.
Napoli.
Sarei disposto a perdere la memoria anche solo per un istante. Per avere la possibilità, immensa e irripetibile, di rivivere Napoli per la prima volta.
Perché alcune città si visitano. Altre si abitano.
Napoli, invece, continua a progettarti anche quando credi di aver finito di costruirla.
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