L'Ingegneria della Parola. Quando la struttura incontra l'anima

Pubblicato il 5 giugno 2026 alle ore 13:06

di Bruno Marfé 

I. Il palco

Ricordo il primo palco.

Non era grande. Era una struttura provvisoria, come tante che avrei progettato negli anni successivi per conto dell'amministrazione comunale. Carichi da calcolare, normative da rispettare, materiali da verificare. Il lavoro di un ingegnere. 

Eppure quella sera, mentre la scena si animava e la tradizione musicale napoletana prendeva voce e corpo su quella piattaforma che avevo contribuito a rendere sicura, mi accorsi di qualcosa che nessun manuale tecnico aveva mai nominato: che una struttura portante può sostenere anche ciò che non si misura.

Ero cresciuto negli anni del '68 ascoltando i primi gruppi rock, quella musica che sembrava venire da un altrove lontanissimo da Napoli. Eppure era stata quella stessa curiosità — il desiderio di capire cosa muovesse le persone, cosa le facesse stare insieme attorno a un suono — a guidarmi, senza che me ne accorgessi, verso un incarico che nessun concorso pubblico avrebbe mai potuto prevedere: diventare, molti anni dopo, il direttore artistico dell'Archivio Storico della Canzone Napoletana alla Casina Pompeiana.

II. Il ragazzo di Posillipo

Quel 45 giri era ancora nella mia collezione quando, molti anni dopo, mi ritrovai a progettare il primo palco della mia carriera.

Nel frattempo ero diventato ingegnere. Avevo imparato il linguaggio dei carichi e delle tensioni, delle normative e dei computi metrici. Ma dentro c'era ancora quel ragazzo di Posillipo che un sabato mattina aveva salito la collina del Vomero per comprare Massachusetts, perché la musica non era un flusso immateriale ma una conquista, un piccolo pellegrinaggio urbano con una destinazione precisa: via Luca Giordano 164, un negozietto di dischi che per molti di noi rappresentava un vero tempio.

La struttura che progettai era provvisoria, come tutte quelle che avrei costruito negli anni successivi. Eppure, la sera dello spettacolo, guardando il palco animarsi con i suoni e i gesti di una tradizione musicale napoletana che sentivo lontana e insieme familiare, compresi qualcosa che nessun manuale tecnico aveva mai nominato: che una struttura portante può sostenere anche ciò che non si misura.

III. La grammatica del progetto

Col tempo capii che progettare e raccontare sono gesti più simili di quanto si creda.

Un progetto ha un inizio — un bisogno, un problema, un vuoto da colmare. Ha uno sviluppo fatto di vincoli, scelte, compromessi. E ha una conclusione che coincide con qualcosa di reale: un edificio, una piazza, un palco su cui qualcuno salirà a cantare. Come un romanzo, in fondo. Come una canzone.

Il primo a incrinare quella barriera fu Isaac Asimov. Lo incontrai dapprima come narratore di futuri possibili, tra robot, imperi galattici e civiltà lontane. Ma col tempo scoprii un altro Asimov: quello che spiegava la fisica, la biologia, la chimica e la storia della scienza con una chiarezza che nessun manuale scolastico aveva mai avuto. Non erano due autori diversi. Era la stessa mente che osservava la realtà da prospettive differenti. Quelle letture mi insegnarono qualcosa di essenziale: la fantasia non è l'opposto del rigore, e i confini tra i saperi esistono soprattutto nelle nostre classificazioni, molto meno nella realtà della conoscenza.

Fu leggendo Italo Calvino che trovai le parole per descrivere quello che facevo senza saperlo nominare. Nelle Lezioni Americane, parlando di Esattezza, scrive di precisione del disegno, nitidezza delle immagini, linguaggio capace di rendere visibile ciò che non lo è ancora. Sembrava la descrizione di un buon progetto tecnico. O forse di entrambe le cose insieme.

Primo Levi mi insegnò qualcosa di diverso ma complementare. Chimico di professione, considerava il laboratorio una scuola di metodo e di etica. Per lui la parola doveva comportarsi come un materiale di qualità: resistente, priva di impurità, trasparente. La stessa esigenza che si ha davanti a una relazione tecnica che reggerà il peso di decisioni concrete. 

Non erano deviazioni dal mio mestiere. Erano specchi in cui riconoscevo, con sorpresa, la stessa forma di pensiero.

 

IV. La Casina e l'anima

L'incarico arrivò direttamente dall'Assessore alla Cultura. Una nomina, come tante nella vita di un funzionario comunale. Eppure, quando varcai per la prima volta la soglia della Casina Pompeiana non come visitatore ma come direttore artistico, capii che non si trattava di amministrare uno spazio. Bisognava rifondare una struttura. Darle un'anima.

 Per un ingegnere, le parole "struttura" e "anima" appartengono a universi diversi. La prima si calcola, si verifica, si certifica. La seconda non compare in nessun computo metrico. Eppure bastarono poche settimane per capire che, in quel luogo, le due cose erano inseparabili.

Il primo evento che organizzammo fu con un'interprete della posteggia — quella forma antica e popolare della canzone napoletana nata per strada, nei vicoli, nelle osterie, affidata a musicisti che portavano la musica direttamente alle persone. Non un concerto da sala, non un'esibizione accademica. Qualcosa di più vivo e più antico.

 

Quella sera, ascoltando quella voce riempire gli spazi della Casina, capii che il lavoro vero non era organizzare eventi. Era fare in modo che un patrimonio non si spegnesse. Che la memoria restasse in circolazione, come il sangue in un corpo.

Il ragazzo di Posillipo che aveva salito la collina del Vomero per comprare un 45 giri era arrivato, senza saperlo, esattamente dove doveva.

 

V. La struttura che non si vede

C'è una domanda che mi sono posto spesso, negli anni alla Casina Pompeiana e anche dopo: cosa tiene insieme un ingegnere e un archivio di canzone napoletana?

La risposta più semplice sarebbe: il caso. Un assessore, una nomina, una mattina in cui la vita prende una direzione inattesa.

Ma col tempo ho capito che il caso era solo la superficie. Sotto c'era qualcosa di più antico: la stessa curiosità che mi aveva fatto salire al Vomero un sabato mattina del 1968, la stessa che mi aveva fatto leggere Asimov cercando mondi che ancora non esistevano, la stessa che mi aveva fatto riconoscere in una derivata o in un integrale non una fredda procedura di calcolo ma una forma di pensiero.

 

Esiste un precedente illustre, e napoletano, per questa traiettoria. Luciano De Crescenzo era un ingegnere IBM, un uomo di sistemi e di calcolo, quando decise di raccontare Socrate ai napoletani. Finì per diventare la voce filosofica più popolare d'Italia — non nonostante il suo mestiere, ma grazie alla stessa forma di pensiero che gli aveva insegnato a cercare ordine nella complessità. Durante il lockdown del 2020, quando il mondo si era fermato e i luoghi della cultura erano rimasti muti, organizzai un incontro in streaming dedicato proprio a lui, con la partecipazione di sua figlia Paola. Non era nostalgia. Era la conferma che quella curiosità — la sua, la mia, quella di chiunque non accetti di vivere in un solo compartimento — non si ferma con la pensione, né con una pandemia.

 

La conoscenza non vive di compartimenti stagni. Non lo ha mai fatto, anche quando le nostre classificazioni insistevano nel dividerla.

Calvino progettava storie come si progettano strutture. Levi trattava le parole come materiali da costruzione. De Crescenzo trasformò la filosofia greca in conversazione popolare. Un ingegnere può custodire la memoria musicale di una città. Una voce di posteggia può dare l'anima a un edificio che ne era rimasto privo.

Il palco che avevo costruito anni prima reggeva il peso di qualcosa che non si misura. Lo so adesso con certezza. Lo intuivo già allora, guardando le luci accendersi su quella prima rappresentazione, con in tasca — chissà perché — ancora il ricordo di un disco nero comprato su una collina di Napoli.

 

La matematica può essere una forma di pensiero filosofico. La canzone napoletana può essere un archivio della memoria umana. E un ingegnere, se ascolta, può imparare a riconoscere in entrambe la stessa struttura portante.

 

Quella che tiene insieme le cose. Quella che non si vede, ma senza cui tutto crolla.

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Commenti

Lino Vairetti
un'ora fa

Bravo Bruno. Complimenti per la tua dedizione a questo nostro mondo culturale un po bistrattato dall'avvento di tanta mediocrità nei social.