di Bruno Marfé
Perché talvolta i grandi della cultura, dello spettacolo (di ieri e di oggi) non usano il loro vero nome?
Avete presente quel momento in cui scoprite che il vostro cantante preferito, il vostro scrittore del cuore o il vostro fumettista preferito non si chiamano affatto come pensavate? È una piccola delusione, come quando si scopre che dietro un supereroe non c'è un alieno invincibile ma un impiegato con gli occhiali.
Prendiamo ad esempio il caso di Durante di Alighiero degli Alighieri. È questo il nome completo del padre della lingua italiana. Eppure nessuno lo conosce così. Per tutti, da sette secoli, è semplicemente Dante.
Un soprannome? Una forma abbreviata? O già qualcosa di più — un’identità costruita, una maschera diventata volto?
La domanda non è oziosa. Perché la storia della cultura è piena di nomi inventati, identità alternative, pseudonimi e maschere. Alcuni scelti per sfuggire alla censura, altri per proteggere la famiglia, altri ancora per costruire un personaggio o separare la vita privata da quella pubblica. E altri, come forse nel caso di Dante, semplicemente perché un nome più corto suona meglio — e alla fine resta.
Insomma: cambiare nome non è una moda moderna. È una tradizione antichissima.
Dalle necessità alle strategie: perché si cambia nome?
Dietro uno pseudonimo può nascondersi una scelta pratica, una forma di protezione, una dichiarazione d'identità o persino un esperimento. Per capire quanto siano diverse le motivazioni, facciamo un viaggio attraverso alcuni dei casi più celebri.
Categoria 1: Cambiare nome per sopravvivere
Voltaire: quando scrivere troppo liberamente era pericoloso
Dietro il nome Voltaire si nascondeva François-Marie Arouet, uno degli intellettuali più brillanti del Settecento.
Nella Francia dell'epoca criticare il potere, la Chiesa o i nobili poteva costare molto caro. Voltaire conobbe persino il carcere alla Bastiglia. Lo pseudonimo gli consentì di costruire una nuova identità pubblica e, in qualche modo, di proteggersi.
Ancora oggi gli studiosi discutono sull'origine esatta del nome, ma una delle ipotesi più diffuse è che derivi da un gioco di lettere costruito a partire da "Arouet le jeune" (Arouet il giovane).
In ogni caso, bisogna riconoscergli una cosa: "Voltaire" suona decisamente meglio.
Categoria 2: Cambiare nome per non far arrabbiare la famiglia
Molière, il commediante che non voleva mettere nei guai i parenti
Il suo vero nome era Jean-Baptiste Poquelin.
Oggi è considerato uno dei più grandi autori teatrali di tutti i tempi. Nel Seicento, però, fare l'attore non era esattamente una professione prestigiosa.
La sua famiglia lavorava per la corte reale e il giovane Jean-Baptiste temeva che una carriera sui palcoscenici potesse creare imbarazzo ai parenti.
Così nacque Molière.
Un nome destinato a entrare nella storia molto più del cognome originale.
Pablo Neruda: il poeta che scriveva di nascosto
Anche Pablo Neruda non si chiamava affatto Pablo Neruda.
All'anagrafe era Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto, un nome magnifico ma decisamente impegnativo.
Da ragazzo iniziò a pubblicare poesie senza informare il padre, che considerava la letteratura una perdita di tempo. Per evitare discussioni adottò uno pseudonimo.
Il risultato? Quel ragazzo che scriveva quasi clandestinamente sarebbe diventato uno dei più grandi poeti del Novecento e avrebbe persino ricevuto il Premio Nobel.
Categoria 3: Cambiare nome per sentirsi due cose insieme
Italo Svevo e la doppia anima di Trieste
Il suo vero nome era Aron Hector Schmitz.
Nato nella Trieste dell'Impero austro-ungarico, viveva quotidianamente tra cultura italiana e cultura tedesca.
Quando decise di pubblicare, trovò una soluzione geniale: chiamarsi Italo Svevo.
"Italo" per la componente italiana. "Svevo" per quella germanica.
Più che uno pseudonimo, una dichiarazione d'identità.
Categoria 4: Cambiare nome perché il mercato è pieno di pregiudizi
J.K. Rowling e il maghetto che doveva sembrare "da maschi"
Quando Joanne Rowling propose il primo romanzo di Harry Potter, qualcuno nell'editoria temeva che i ragazzi adolescenti avrebbero potuto essere meno propensi a leggere un fantasy scritto da una donna.
Le venne suggerito di utilizzare soltanto le iniziali.
Nacque così J.K. Rowling.
La "K" non era nemmeno parte del suo nome: fu presa in prestito da Kathleen, il nome della nonna.
Il resto è storia editoriale.
Categoria 5: Cambiare nome per vedere se il talento basta davvero
Richard Bachman, l'esperimento di Stephen King
Negli anni Settanta Stephen King pubblicava libri a una velocità impressionante.
Gli editori, però, erano convinti che il pubblico non avrebbe comprato più di un romanzo all'anno dello stesso autore.
King trovò una soluzione semplice: inventò Richard Bachman.
Con quel nome pubblicò diversi romanzi e realizzò anche un curioso esperimento personale.
Voleva capire se i lettori compravano i suoi libri perché erano scritti bene oppure semplicemente perché sulla copertina compariva il nome Stephen King.
Quando un libraio scoprì il segreto, l'esperimento finì. E le vendite di Bachman decollarono immediatamente.
Categoria 6: Cambiare nome perché quello vero è troppo scomodo portarsi appresso
Totò, ovvero il peso di un nome impossibile
Il suo nome completo era Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio.
Nobile di antica stirpe, titoli inclusi, discendente – secondo la tradizione familiare – da una dinastia imperiale bizantina.
Eppure scelse di chiamarsi Totò.
Non per nascondersi, e nemmeno per abbreviare. Ma perché voleva costruire un personaggio popolare, figlio dei vicoli di Napoli, riconoscibile da chiunque. Il nome lungo e altisonante apparteneva a un'altra vita, a un'altra classe sociale. Totò era qualcosa di completamente diverso: era il pubblico stesso che si metteva in scena.
Paradossalmente, è proprio quel soprannome da quattro lettere ad essere entrato nella storia.
Categoria 7: Cambiare nome per sparire
Elena Ferrante, il mistero che dura da decenni
Esistono scrittori che cercano la fama.
Poi esiste Elena Ferrante.
L'autrice de L'amica geniale ha scelto fin dall'inizio di mantenere segreta la propria identità.
Interviste rarissime, nessuna apparizione pubblica, nessuna ricerca della celebrità.
La sua idea è semplice e rivoluzionaria: un libro deve essere giudicato per ciò che contiene, non per il volto dell'autore.
Da decenni giornalisti, critici e lettori tentano di risolvere l'enigma.
Finora senza una risposta definitiva.
Categoria 8: Cambiare nome per diventare un personaggio
Da Zerocalcare a Myss Keta
Nell'epoca contemporanea lo pseudonimo è spesso una forma d'arte.
Zerocalcare, all'anagrafe Michele Rech, ha raccontato più volte che il suo nome deriva da un vecchio nickname scelto mentre guardava una pubblicità di un anticalcare.
Un episodio casuale diventato un marchio riconoscibile da milioni di lettori.
Myss Keta, invece, ha trasformato l'anonimato in parte integrante della propria immagine artistica. Maschere, occhiali e identità nascosta non sono un dettaglio: sono il personaggio stesso.
In questi casi il nome non serve a nascondersi.
Serve a creare una leggenda.
La verità? Lo fanno tutti
Guardando questi esempi emerge una conclusione sorprendente.
Dietro ogni pseudonimo c'è una storia diversa.
C'è chi vuole sfuggire alla censura. Chi vuole proteggere la famiglia. Chi cerca libertà creativa. Chi combatte i pregiudizi. Chi desidera semplicemente essere giudicato per il proprio lavoro. E chi, molto più semplicemente, ha trovato un nome migliore di quello scritto sulla carta d'identità.
Perciò, la prossima volta che qualcuno vi dice che usa un nickname sui social, non giudicatelo troppo in fretta.
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