di Roberto Alicandri
Le dichiarazioni di Francesco De Gregori sul rapporto tra artisti e impegno politico hanno generato reazioni che meritano una riflessione più ampia. Il cantautore romano ha semplicemente affermato di non amare l’idea che gli artisti debbano necessariamente schierarsi pubblicamente su ogni tema politico o sociale. Una posizione legittima, che tuttavia è stata accolta da molte critiche.
A questo punto viene spontaneo porsi una domanda: si chiede davvero agli artisti di schierarsi oppure si pretende che si schierino nel modo considerato corretto da una certa parte dell’opinione pubblica? La differenza è sostanziale.
Perché se il problema fosse semplicemente la necessità di prendere posizione, allora ogni scelta sarebbe ugualmente rispettabile. Se invece alcune posizioni vengono accolte con entusiasmo e altre con indignazione, allora il tema non è più lo schieramento in sé, ma la conformità a un orientamento culturale dominante.
Da osservatore esterno, ho l’impressione che De Gregori sia stato criticato non tanto per ciò che ha detto, quanto per ciò che non ha detto. Non ha confermato un copione già scritto. Non ha pronunciato le parole che molti si aspettavano di sentire. E questo, oggi, sembra bastare per attirarsi accuse e contestazioni.
Viene allora da chiedersi cosa accadrebbe se un grande artista dichiarasse apertamente posizioni ancora più anticonformiste? Sarebbe accolto con lo stesso rispetto? Oppure verrebbe ugualmente travolto dalle polemiche?
Naturalmente il mondo dell'arte non è un blocco uniforme e sarebbe ingiusto dipingerlo come tale. Tuttavia è difficile non percepire l’esistenza di un clima nel quale alcune idee sembrano godere di una sorta di legittimazione preventiva mentre altre devono continuamente difendersi dall’accusa di essere sbagliate, retrive o moralmente discutibili.
In questo senso il caso De Gregori richiama inevitabilmente la lezione di Pier Paolo Pasolini. Pasolini fu probabilmente l’intellettuale più scomodo del Novecento italiano proprio perché rifiutò di diventare il portavoce di qualsiasi conformismo. Pur provenendo dall’area marxista, passò gran parte della sua vita a criticare il mondo culturale che avrebbe dovuto considerarlo un alleato naturale. Contestò il consumismo quando pochi ne comprendevano la portata, denunciò l’omologazione culturale e non ebbe paura di contraddire la propria stessa parte politica.
Pasolini aveva compreso che il compito dell’intellettuale non è dire ciò che il pubblico vuole sentirsi dire, ma ciò che ritiene vero, anche quando questo comporta isolamento, incomprensione o critiche.
Forse è proprio qui che si trova il cuore della questione. L’artista non nasce per rassicurare il proprio pubblico. Non nasce per ripetere slogan o per certificare appartenenze ideologiche. Nasce per interrogare la realtà, raccontarla, metterla in discussione e talvolta persino contraddirla.
Quando un cantante, uno scrittore o un attore viene giudicato più per le sue dichiarazioni politiche che per la sua opera, il rischio è che la cultura si trasformi in un’arena di appartenenze contrapposte. E quando si arriva a criticare qualcuno persino per aver rivendicato il diritto a non schierarsi, forse il problema non riguarda più la libertà degli artisti, ma la nostra capacità di accettare opinioni diverse dalle nostre.
La cultura vive del confronto, del dubbio e della pluralità delle voci. Vive di Pasolini che critica la sinistra, di De Gregori che rivendica il diritto a non trasformarsi in un militante, di chiunque abbia il coraggio di pensare fuori dagli schemi del proprio tempo.
È proprio questo il punto più inquietante della vicenda. Non che un artista scelga di schierarsi o di non schierarsi, ma che oggi sembri quasi impossibile sottrarsi alla logica dell’appartenenza obbligatoria. In molti ambienti culturali e mediatici fa quasi paura chi si oppone a determinate idee dominanti su qualsiasi argomento, in generale, o semplicemente osa metterle in discussione. Non perché proponga necessariamente una verità alternativa, ma perché interrompe il meccanismo del consenso automatico.
Eppure la storia della cultura è sempre avanzata grazie a chi ha avuto il coraggio di fermarsi e dire: Aspettate un momento, io da questa giostra scendo. Lo hanno fatto i grandi intellettuali, gli scrittori, gli artisti che hanno preferito la libertà del dubbio alla comodità dell’allineamento. Forse il vero problema non è chi sceglie di non schierarsi, ma una società che guarda con sospetto chiunque rivendichi il diritto di pensare con la propria testa.
Per questo la domanda resta aperta: vogliamo davvero artisti che si schierino o vogliamo semplicemente artisti che ci diano ragione? Perché tra le due cose esiste una differenza enorme.
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