di Bruno Marfé
Ci sono incontri che non si limitano a lasciare un segno, ma aprono una direzione. Modificano il modo in cui guardiamo alle cose, e a volte perfino il modo in cui le raccontiamo. Per quanto mi riguarda, uno di questi incontri porta il nome di Simona Adivíncula. Fu una sua intuizione a condurmi verso la collaborazione con la radio brasiliana Radio Brasil Som FM, un’esperienza che mi ha permesso di osservare la letteratura da un angolo inatteso: non soltanto come tessuto di parole, ma come materia visiva, come ritmo che prende forma, come immagine che si imprime nella memoria.
Da quei microfoni sono nate conversazioni sulla musica segreta dei testi, sul montaggio quasi analogico che unisce Il lampo e Il tuono di Giovanni Pascoli, oppure sul lento avanzare dell’“Addio ai monti” nei Promessi sposi di Alessandro Manzoni, dove il paesaggio non è semplice sfondo ma sostanza emotiva, cadenza interiore, visione che accompagna il lettore ben oltre la pagina. Rileggendo quei brani si comprende con chiarezza quanto la grande letteratura abbia sempre avuto bisogno di immagini forti per farsi memoria, e non solo significato.
È in questa soglia fra parola e immagine che si colloca oggi il lavoro di Simona Adivíncula. Il suo nuovo romanzo, La leonessa ferita, pubblicato da Edizioni We, segna infatti un passaggio rilevante nel suo percorso: dopo la saggistica motivazionale, l’autrice sceglie la narrativa, e con essa una forma espressiva meno dichiarativa, più obliqua, più incline a lasciare che siano i personaggi, le loro fratture e i loro gesti a parlare.
Dal dire al mostrare
Chi aveva conosciuto Adivíncula attraverso Motivati! Trenta giorni per crescere ritroverà nel romanzo la stessa tensione positiva, ma trasformata. Nel saggio la parola aveva una funzione diretta, quasi orientativa: incoraggiare, proporre, offrire strumenti. Nel romanzo, invece, ogni cosa passa attraverso la carne viva delle relazioni, attraverso la scena, il conflitto, il silenzio, la piccola esitazione che dice più di un discorso intero.
La resilienza, qui, non è materia di enunciazione ma di esperienza. Non viene spiegata: viene attraversata. La protagonista di La leonessa ferita non è una figura astratta di forza, né un emblema consolatorio del coraggio che vince sempre; è piuttosto una donna esposta alla propria vulnerabilità, costretta a misurarsi con ferite intime, relazioni imperfette e scelte che incrinano ogni illusione di compattezza. E proprio in questa esposizione, in questa rinuncia alla maschera dell’invincibilità, il personaggio acquista spessore.
Il titolo stesso lavora in questa direzione. La leonessa non è soltanto un simbolo di vigore: è una creatura ferita, dunque viva, esposta, attraversata dalla prova. E il romanzo sembra dirci che la forza non coincide con l’assenza della ferita, ma con la possibilità di restare in piedi mentre la ferita continua a pulsare.
Una voce che pensa per immagini
L’esperienza radiofonica dell’autrice si avverte soprattutto nella qualità delle scene. C’è nella sua scrittura una predisposizione naturale al ritmo, una capacità di far procedere il racconto per immagini successive, come se ogni dialogo dovesse aprire una soglia visiva e ogni passaggio narrativo cercasse una sua postura quasi cinematografica.
I dialoghi scorrono con leggerezza, ma non sono mai puramente funzionali. Hanno una musicalità precisa, un’andatura che suggerisce attenzione all’ascolto prima ancora che alla trama. Eppure il romanzo non cade mai nella tentazione del brillante fine a se stesso, perché resta ancorato a un nucleo emotivo credibile. La luce della scena non copre mai del tutto l’ombra che la sostiene; anzi, ne valorizza il contrasto.
È forse qui che si percepisce la maturazione più interessante di Adivíncula. L’ottimismo, che nella sua produzione precedente appariva come un orizzonte esplicito, quasi programmatico, in La leonessa ferita cambia forma. Non è più una formula da offrire al lettore, ma un esito da conquistare insieme ai personaggi, dopo aver attraversato la fragilità, l’incomprensione, la delusione, il passo incerto di chi prova comunque a non arrendersi.
Il valore della vulnerabilità
Uno degli aspetti più convincenti del romanzo sta proprio nella sua disponibilità a sostare nella vulnerabilità senza trasformarla subito in soluzione. È un gesto narrativo non banale, perché implica fiducia nel tempo del racconto e nella complessità dell’umano. Non c’è fretta di riparare, non c’è ansia di chiudere la ferita con una morale rassicurante. C’è, piuttosto, la volontà di abitare il dubbio, di riconoscere la fatica, di lasciare che il dolore trovi un linguaggio.
In questo senso, La leonessa ferita rappresenta un passaggio importante anche sul piano stilistico. La scrittura sembra meno esortativa e più sensibile alle sfumature, meno occupata a indicare una direzione e più attenta a registrare ciò che accade quando la direzione si fa incerta. È un romanzo che non vuole convincere a tutti i costi, ma accompagnare. E questa differenza è decisiva.
La sua forza sta nell’immediatezza delle emozioni, ma anche nella capacità di trasformare l’esperienza personale in una forma condivisibile. Le pagine non cercano l’effetto, bensì la risonanza. E quando la trovano, il testo si apre con una sincerità che resta nella memoria.
Una trasformazione narrativa
La leonessa ferita non è soltanto un cambio di genere. È il segno di una maturazione, forse persino di una liberazione. Simona Adivíncula dimostra di poter trasferire nella fiction quella sensibilità ritmica e visiva che caratterizza il suo lavoro culturale e radiofonico, ma lo fa con una consapevolezza diversa, più sfumata, meno dichiarativa, più affidata alla complessità dei personaggi che alla chiarezza del messaggio.
Il risultato è un romanzo che si lascia leggere come una storia, certo, ma anche come un gesto di fiducia nella letteratura stessa: la fiducia che una vicenda personale, se trovata la giusta voce, possa farsi esperienza comune; che una ferita, se narrata con misura e intensità, possa diventare non solo racconto, ma riconoscimento.
In fondo, il legame più profondo tra il microfono radiofonico e la pagina scritta sta proprio qui: nella convinzione che la parola, quando trova il suo ritmo, possa ancora creare vicinanza. E forse la formula più giusta per dire questo romanzo è che la forza, per Simona Adivíncula, non coincide con l’assenza di ferite, ma con la capacità di abitarle senza smettere di raccontarsi.
Nota biografica
Simona Adivíncula è una scrittrice italo-brasiliana attiva da anni nella divulgazione culturale e nella scrittura. Prima di La leonessa ferita, ha pubblicato Motivati! Trenta giorni per crescere, libro che mostra con chiarezza la sua precedente inclinazione saggistica e motivazionale.
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Commenti
Che bella sorpresa!!! Sono molto contenta. Grazie di cuore.
Bruno Marfé