Edoardo Sanguineti – Il rave della neoavanguardia

Pubblicato il 21 maggio 2026 alle ore 13:18

di Bruno Marfé

Siamo arrivati alla terza tappa del nostro viaggio dentro quei grandi autori del Novecento che troppo spesso restano fuori dai programmi scolastici. Dopo il paesaggio ferito di Andrea Zanzotto e il caos musicale di Amelia Rosselli, oggi entriamo in un territorio ancora più estremo: quello di Edoardo Sanguineti, il grande sabotatore della lingua italiana.

Con Sanguineti la poesia smette di essere rassicurante. Non consola, non accarezza, non cerca armonia. Al contrario: disturba, strattona, sovraccarica. È un'autentica esplosione di frammenti culturali, pubblicità, filosofia, latino, gergo quotidiano, politica, psicanalisi e cultura popolare. Leggere Sanguineti significa entrare dentro un flusso continuo dove alto e basso collassano uno sull'altro.

Non è un caso che sia stato uno dei protagonisti del Gruppo 63, il laboratorio intellettuale che negli anni Sessanta decise di dichiarare guerra alla letteratura tradizionale. Per questi autori la lingua "ordinata" della poesia italiana non era più sufficiente a raccontare un mondo diventato caotico, industriale, alienato e consumistico. E allora bisognava romperla. Smontarla. Farla saltare in aria.

Sanguineti prende la poesia e la trasforma in una specie di rave grammaticale: la punteggiatura implode, il verso si spezza continuamente, le citazioni colte convivono con il linguaggio della strada. Nei suoi testi convivono Karl Marx, fumetti, filosofia medievale, réclame pubblicitarie e frammenti della vita quotidiana. È una scrittura che volutamente mette in crisi il lettore, perché per Sanguineti leggere non deve essere un gesto passivo ma uno scontro continuo con la realtà.

Laborintus e la poetica del labirinto

La sua opera più celebre, Laborintus del 1956, è il manifesto perfetto di questa poetica. Già il titolo è un gioco deformato: un labirinto linguistico dove il lettore si perde tra immagini ossessive, accumuli verbali e riferimenti culturali apparentemente ingestibili. Non c'è più il poeta-vate che canta il mondo dall'alto. C'è invece una mente contemporanea bombardata da informazioni, merci, ideologie e contraddizioni.

Ed è proprio qui che Sanguineti diventa attualissimo. Perché quella sensazione di sovraccarico mentale che oggi viviamo attraverso social network, notifiche e flussi continui di contenuti, lui l'aveva già trasformata in poesia settant'anni fa. La sua scrittura anticipa l'ansia della contemporaneità digitale: un mondo dove tutto si accavalla, tutto parla contemporaneamente e il significato sembra continuamente sfuggire.

Il disordine come metodo

Dietro l'apparente caos, però, c'è un controllo rigorosissimo. Sanguineti non scrive "a caso": orchestra il disordine come un compositore sperimentale. La sua poesia è costruita per destabilizzare, ma anche per smascherare i meccanismi della società borghese, del consumismo e della cultura trasformata in prodotto.

Per questo motivo è uno degli autori più difficili da inserire nella scuola tradizionale. Richiede tempo, concentrazione e soprattutto il coraggio di accettare che la letteratura non debba sempre essere "bella" o immediatamente comprensibile. Ma proprio in questa difficoltà risiede la sua forza. Sanguineti ci ricorda che la poesia può essere anche attrito, rumore, cortocircuito.

Un atto politico

E forse oggi, nell'epoca dell'algoritmo e dell'attenzione ridotta a pochi secondi, leggere Sanguineti è un gesto quasi rivoluzionario. Significa allenarsi a stare dentro la complessità senza pretendere scorciatoie. Significa capire che il linguaggio non è mai innocente. E che anche una poesia può diventare un atto politico.

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