“Cialtroni”. Indro Montanelli e il racconto impietoso dell’Italia politica

Pubblicato il 19 maggio 2026 alle ore 20:04

di Roberto Alicandri 

Tra le molte opere lasciate da Indro Montanelli, "Cialtroni" occupa un posto particolare perché riesce a condensare, in poche pagine e con un linguaggio rapidissimo, decenni di storia italiana, trasformando i protagonisti della politica in figure letterarie, quasi personaggi di un grande romanzo nazionale. Non si tratta soltanto di una raccolta di articoli o di ritratti giornalistici: il libro assume progressivamente la forma di una lunga riflessione sul carattere italiano, sui suoi entusiasmi, sulle sue fragilità e sulle sue continue contraddizioni.

Montanelli osserva uomini e stagioni politiche con lo sguardo di chi ha attraversato il Novecento italiano quasi per intero. La sua scrittura, asciutta e insieme ironica, evita il tono accademico e preferisce il colpo rapido, l’immagine incisiva, la frase capace di restare impressa. In ogni pagina emerge l’esperienza di un giornalista che ha visto da vicino il fascismo, la guerra, la Prima Repubblica, Tangentopoli e il passaggio tormentato verso una nuova epoca politica e mediatica.

Nel volume scorrono figure distantissime tra loro: da Giuseppe Garibaldi a Benito Mussolini, da Bettino Craxi a Silvio Berlusconi, fino a Massimo D’Alema e Beppe Grillo. Eppure il libro non si limita mai alla semplice cronaca. Montanelli utilizza ciascun personaggio come una lente attraverso cui leggere un preciso momento storico e, soprattutto, il rapporto complesso tra il popolo italiano e il potere.

Il ritratto di Garibaldi, ad esempio, restituisce tutta l’ambiguità del mito risorgimentale italiano. Montanelli sembra affascinato dall’energia spontanea dell’eroe dei Mille, ma allo stesso tempo ne evidenzia l’improvvisazione, la dimensione quasi istintiva e disordinata. Non c’è mai celebrazione retorica. Anche le figure più iconiche vengono riportate dentro una dimensione umana, fatta di errori, slanci, limiti e intuizioni.

Ancora più duro appare il giudizio sul fascismo e sulla figura di Mussolini. Montanelli aveva conosciuto direttamente quell’epoca e il suo sguardo evita sia la nostalgia sia la caricatura superficiale. Il duce emerge come il prodotto di un Paese che, in un determinato momento storico, aveva bisogno di illusioni collettive, di parole assolute, di teatralità politica. In filigrana si avverte sempre una domanda inquietante: fino a che punto il consenso verso certi leader nasce davvero soltanto dai leader stessi?

Le pagine dedicate alla Prima Repubblica e ai suoi protagonisti possiedono un ritmo ancora più moderno. Con Craxi, ad esempio, Montanelli sembra cogliere il passaggio definitivo verso una politica sempre più fondata sull’immagine personale, sul potere mediatico, sull’ambizione individuale. Non c’è mai un moralismo semplice nelle sue riflessioni. Piuttosto emerge la percezione di un sistema che lentamente smarrisce il senso delle istituzioni e si avvicina alla spettacolarizzazione permanente della politica.

In questo percorso assume inevitabilmente un ruolo centrale anche Berlusconi. Montanelli lo aveva sostenuto inizialmente, prima di prenderne le distanze in maniera netta. Ed è proprio questa frattura a rendere ancora più interessanti le sue pagine. Non scrive da osservatore neutrale e distante, ma da uomo che ha vissuto dentro il dibattito pubblico italiano, spesso pagandone personalmente le conseguenze. Berlusconi viene descritto come il simbolo di una nuova Italia televisiva, rapida, seduttiva, costruita attorno al consenso immediato e alla forza della comunicazione.

Anche i ritratti più vicini cronologicamente, come quello dedicato a Grillo, conservano un tono sorprendentemente attuale. Montanelli sembra intuire con anticipo il rapporto sempre più fragile tra politica, rabbia collettiva e spettacolo. La protesta diventa linguaggio mediatico, il comizio si trasforma in rappresentazione, il leader assume tratti quasi teatrali. E ancora una volta il libro costringe il lettore a interrogarsi non soltanto sui protagonisti della scena pubblica, ma sul pubblico stesso che li applaude, li esalta e poi spesso li abbandona.

La vera forza di "Cialtroni" sta proprio nella capacità di superare il semplice giudizio politico. Montanelli non costruisce santini né processi definitivi. Preferisce mostrare il continuo intreccio tra carattere nazionale e classe dirigente. Per questo il libro conserva ancora oggi una sorprendente attualità. Molte dinamiche raccontate negli anni Novanta sembrano appartenere pienamente anche al presente: la personalizzazione della politica, il peso dei media, la ricerca dell’uomo forte, la velocità con cui l’opinione pubblica cambia idoli e bersagli.

Dal punto di vista stilistico, il volume rappresenta anche una lezione di giornalismo e scrittura civile. La prosa di Montanelli non indulge mai nell’eccesso retorico. È veloce, essenziale, spesso ironica, ma capace di colpire con precisione. In poche righe riesce a sintetizzare un carattere, un’epoca, una mentalità collettiva. È una scrittura che nasce dal giornale ma che spesso raggiunge la qualità della grande letteratura memorialistica e politica.

Leggere oggi "Cialtroni" significa dunque confrontarsi non soltanto con la storia italiana, ma anche con una domanda ancora aperta sul rapporto tra cittadini e potere. Montanelli sembra suggerire che la politica non sia mai un corpo estraneo alla società, bensì il riflesso delle sue paure, delle sue ambizioni e persino delle sue debolezze. Ed è probabilmente questo il motivo per cui il libro continua a risultare così vivo: dietro ogni ritratto politico emerge sempre, silenziosamente, il volto dell’Italia stessa.

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