Andrea Zanzotto - L’acrobata del linguaggio

Pubblicato il 19 maggio 2026 alle ore 17:48

di Bruno Marfé

Oggi iniziamo un viaggio in cinque puntate dedicato a cinque autori straordinari che, pur meritando un posto d'onore nell'ultimo anno scolastico di letteratura italiana, vengono spesso relegati ai margini dei programmi ministeriali. Non perché siano meno importanti, ma forse perché troppo complessi, troppo liberi, troppo difficili da addomesticare dentro le griglie scolastiche.

La nostra prima "partitura" si apre con Andrea Zanzotto: poeta, sperimentatore, esploratore della lingua. Un autore capace di farci sentire improvvisamente inadeguati davanti alle parole, senza però respingerci mai davvero. Perché leggere Zanzotto è un'esperienza strana: ci si perde, ma ci si perde con piacere.

Nato a Pieve di Soligo nel 1921, Zanzotto attraversa quasi per intero il Novecento italiano, portandosi dentro le sue ferite: la guerra, la trasformazione industriale, il trauma ambientale, la crisi delle ideologie, la perdita del rapporto autentico con la natura. Ma invece di raccontare tutto questo in modo lineare, sceglie di mettere in discussione direttamente lo strumento del racconto: la lingua.

Ed è qui che Zanzotto diventa unico.

Le sue poesie non si limitano a descrivere il mondo: lo smontano e lo ricompongono. La lingua italiana nelle sue mani si spezza, si contorce, si moltiplica. Entrano in scena neologismi, balbettii, frammenti sonori, parole inventate, improvvise incursioni nel dialetto veneto. Il verso sembra quasi inciampare su sé stesso, come se il poeta volesse mostrarci che la realtà contemporanea non può più essere raccontata con una lingua ordinata e rassicurante.

Eppure, dentro questa apparente difficoltà, c'è una musicalità potentissima.

La poesia di Zanzotto è fatta di nebbie, boschi, colline venete, suoni lontani, paesaggi che respirano insieme agli esseri umani. La natura non è mai semplice sfondo decorativo: è un organismo vivo, fragile, ferito dall'uomo moderno. Molto prima che il tema ecologico diventasse centrale nel dibattito pubblico, Zanzotto aveva già intuito il trauma ambientale prodotto dalla modernità e dalla cementificazione del paesaggio.

E la sua è anche una poesia profondamente psicologica — ma in un senso inseparabile dal lavoro sulla lingua. Leggendo Zanzotto si ha spesso l'impressione di entrare dentro una mente mentre pensa, e la parola poetica registra quel movimento dall'interno: non lo descrive, lo mima. Ogni incrinatura del verso è anche un'incrinatura della coscienza. Ogni neologismo è un tentativo di nominare qualcosa che il linguaggio consolidato non sa più contenere.

Forse è anche per questo che la scuola lo teme un po'. Perché Zanzotto non offre formule facili, non si lascia riassumere in uno schema da interrogazione. Richiede lentezza, ascolto, disponibilità a non capire tutto subito. Ed è esattamente ciò che rende la sua poesia ancora necessaria oggi, in un'epoca che consuma parole velocemente e raramente si ferma ad ascoltarne il peso.

 

La raccolta da non perdere: La beltà (1968)

La beltà è probabilmente il punto di svolta della sua produzione poetica. Qui il linguaggio smette di essere uno strumento e diventa materia: si gonfia e si sgonfia, si irride da solo, oscilla tra euforia e lutto senza preavviso. Il tono può essere ironico in un verso e tragico nel successivo; il registro alto si mescola con il balbettio quasi infantile; la sintassi si storce fino a sembrare sul punto di spezzarsi, e poi stranamente regge.

Un esempio emblematico è la poesia che apre la raccolta, Realtà, dove già nel titolo si percepisce la tensione: la realtà non è qualcosa che la poesia può semplicemente fotografare, ma qualcosa da interrogare, deformare, rimettere in discussione. Il verso zanzottiano non illustra: esplora, e spesso si perde nell'esplorazione con una lucidità che ha del vertiginoso.

Non è una raccolta da leggere "di corsa". È un labirinto sonoro in cui bisogna entrare lentamente, accettando di smarrirsi. Ma proprio in quello smarrimento emerge il fascino di Zanzotto: la sensazione che le parole possano ancora sorprenderci, deformarsi, creare significati nuovi.

Leggere La beltà significa fare esperienza di una poesia che non vuole tranquillizzare il lettore, ma risvegliarlo.

La lingua non serve soltanto a spiegare il mondo. Serve anche a mostrarci quanto il mondo sia misterioso, instabile e infinitamente più complesso di quanto immaginiamo.

Ed è forse questa la grande lezione di Andrea Zanzotto.

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