di Roberto Alicandri
Nel panorama culturale del Novecento italiano, la figura di Carlo Bo occupa un posto particolare, quasi appartato, e proprio per questo ancora oggi profondamente attuale. Critico letterario, saggista, docente universitario e per molti anni rettore dell’Università di Urbino, Bo non concepì mai la letteratura come semplice esercizio estetico o raffinato gioco intellettuale. Per lui scrivere, leggere e interpretare significava entrare nel cuore stesso dell’esistenza umana.
Nato nel 1911 e scomparso nel 2001, Carlo Bo attraversò quasi interamente il Novecento italiano, diventandone uno degli interpreti culturali più autorevoli. Accanto all’attività culturale e universitaria, Carlo Bo ebbe anche un’esperienza politica.
Vicino alla Democrazia Cristiana, fu nominato senatore a vita nel 1984 dal presidente della Repubblica Sandro Pertini, riconoscimento riservato alle figure che hanno dato particolare prestigio alla nazione nel campo culturale e civile. Anche in politica, tuttavia, Bo mantenne sempre un profilo sobrio e profondamente intellettuale, lontano dalla retorica del potere.
Il suo nome resta legato soprattutto al celebre saggio Letteratura come vita, pubblicato nel 1938 sulle pagine della rivista Il Frontespizio e successivamente divenuto uno dei testi simbolo della riflessione letteraria italiana del secolo scorso.
In quelle pagine Carlo Bo rompeva con una concezione puramente accademica della cultura. La letteratura non era evasione, né decorazione della realtà, ma ricerca interiore, esperienza morale, bisogno autentico di verità.
Per Bo, il grande scrittore pone il lettore inquietamente davanti a sé stesso.
In anni attraversati da totalitarismi, guerre e crisi profonde dell’uomo europeo, questa idea assumeva un valore enorme.
La parola letteraria diventava uno spazio di resistenza interiore, quasi una forma di coscienza. Leggere significava allora interrogarsi sul dolore, sul tempo, sulla solitudine, sulla fede, sulla fragilità dell’esistenza. Non bastava più raccontare il mondo: occorreva attraversarlo spiritualmente.
È dentro questo orizzonte che si comprende anche il legame di Carlo Bo con l’Ermetismo. Accanto a figure come Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale e Salvatore Quasimodo, Bo contribuì a dare profondità teorica a una corrente poetica spesso banalmente ridotta all’idea di “poesia difficile”.
In realtà l’Ermetismo nasceva da una frattura storica e spirituale. Dopo il tramonto delle grandi certezze positiviste e davanti alle tragedie del Novecento, molti autori sentirono insufficiente il linguaggio tradizionale. La poesia si fece allora più scarna, essenziale, allusiva. Non per gusto dell’oscurità, ma perché il mondo stesso appariva ormai frammentato, ferito, difficile da spiegare con parole lineari. Bo comprese tutto questo con straordinaria lucidità.
Secondo lui, il poeta ermetico cercava una parola più autentica, capace di scavare nelle profondità dell’uomo. La poesia diventava quasi un atto di salvezza interiore. Per questo Carlo Bo guardò con attenzione anche alla dimensione religiosa della letteratura, senza però ridurla mai a propaganda o moralismo. Nei grandi autori vedeva piuttosto un’inquietudine spirituale continua, una domanda aperta sul senso dell’esistenza. In fondo, per lui, la letteratura era uno dei pochi luoghi in cui l’uomo potesse ancora cercare sé stesso senza maschere.
Oggi, il pensiero di Carlo Bo conserva una sorprendente forza critica. La sua idea di letteratura ci ricorda che i libri non servono soltanto a “passare il tempo”, ma possono ancora trasformare lo sguardo con cui abitiamo il mondo.
Aggiungi commento
Commenti