di Roberto Alicandri
Un figlio hikikomori di Marco Crepaldi affronta una delle fragilità più profonde e meno visibili del nostro tempo: il progressivo ritiro sociale di tanti adolescenti e giovani. Una realtà che fino a pochi anni fa sembrava lontana, quasi esclusivamente legata al Giappone, ma che oggi riguarda sempre più anche l’Italia.
Si parla ormai di centinaia di migliaia di ragazzi che vivono chiusi nelle proprie stanze, lontani dalla scuola, dagli amici, dalle relazioni quotidiane. Il loro contatto con il mondo passa quasi esclusivamente attraverso uno schermo. Internet, i videogiochi e i social diventano spesso l’unico spazio in cui sentirsi ancora presenti, senza affrontare direttamente lo sguardo degli altri.
Ma il libro di Crepaldi, psicologo e presidente dell’associazione nazionale Hikikomori Italia ETS, che dal 2017 si dedica al supporto delle persone in ritiro sociale e delle loro famiglie, evita accuratamente giudizi semplici. Dietro la parola “hikikomori” non ci sono ragazzi pigri o svogliati, bensì giovani che molto spesso vivono un disagio profondo, fatto di ansia, paura del fallimento, senso di inadeguatezza e difficoltà nel reggere il peso di una società sempre più competitiva e performativa.
Il fenomeno cresce nel silenzio. Ed è proprio questo uno degli aspetti più inquietanti. Molte famiglie si accorgono tardi che qualcosa sta cambiando: prima le assenze da scuola, poi il sonno sregolato, la chiusura progressiva, il rifiuto di uscire, fino alla totale separazione dalla vita esterna. A quel punto i genitori si trovano spesso soli, impreparati, incapaci di comprendere come aiutare davvero un figlio che sembra essersi ritirato dal mondo.
Il testo insiste molto anche sul ruolo della scuola e delle istituzioni. L’isolamento sociale non può essere considerato soltanto un problema privato da risolvere dentro le mura domestiche. È una questione educativa, culturale e sociale che coinvolge un’intera generazione cresciuta in un’epoca dominata dal confronto continuo, dalla pressione del successo a tutti i costi e dalla paura di non essere all’altezza. Le nuove tecnologie non vengono presentate come il male assoluto, ma come strumenti ambivalenti. Possono diventare rifugio, dipendenza, evasione, ma anche unico canale di comunicazione per chi non riesce più a sostenere il rapporto diretto con la realtà. Per questo il problema non si risolve semplicemente “staccando il telefono” o imponendo regole rigide. Serve piuttosto ricostruire lentamente una relazione umana autentica, capace di restituire fiducia e presenza.
Negli ultimi anni il fenomeno hikikomori ha assunto dimensioni sempre più preoccupanti anche in Italia. Secondo diverse stime, i casi potrebbero superare le centinaia di migliaia, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti. Non esiste ancora un censimento ufficiale definitivo e di conseguenza gran parte del disagio resta sommerso, invisibile, consumato nel silenzio delle case.
La pandemia ha ulteriormente aggravato la situazione. Per molti ragazzi l’isolamento vissuto durante il lockdown non è terminato con il ritorno alla normalità. Alcuni hanno faticato a riprendere il rapporto con la scuola, con i compagni, con gli spazi pubblici e con il confronto diretto. In numerosi casi il ritiro sociale è diventato progressivamente una forma di difesa dalla pressione esterna.
Gli esperti sottolineano che il fenomeno riguarda sempre più anche studenti brillanti o ragazzi apparentemente “normali”, senza particolari fragilità evidenti. Questo rende ancora più difficile individuare in tempo i segnali del disagio. Dietro il ritiro sociale possono nascondersi ansia, depressione, bullismo, paura del giudizio, ipersensibilità emotiva o un senso crescente di estraneità verso una società percepita come troppo veloce e competitiva. Anche la scuola si trova davanti a una sfida nuova. Sempre più docenti raccontano di studenti che smettono lentamente di frequentare, accumulano assenze, si spengono nel rapporto con gli altri e finiscono per sparire dalla quotidianità scolastica. Dietro questi comportamenti spesso c’è una sofferenza profonda che non riesce a trovare parole.
Per questo il fenomeno hikikomori non può essere ridotto a una semplice dipendenza dalla tecnologia o a un problema educativo familiare. È piuttosto il sintomo di una fragilità più ampia che attraversa il mondo giovanile contemporaneo e che chiede ascolto, attenzione e nuovi strumenti di comprensione.
Il merito del libro sta proprio nel tentativo di comprendere senza condannare. In un tempo in cui molti adolescenti sembrano vivere circondati da connessioni virtuali ma privi di veri punti di riferimento, il fenomeno hikikomori appare come uno dei segnali più evidenti di un disagio generazionale che non può più essere ignorato.
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Commenti
Poveri Figli, costretti a subire il mondo degli adulti!Essere Hikikomori,credo, sia una difesa e la cosa non ci deve spaventare, a mio avviso,se concordiamo sul fatto che la nostra è una società dominata dal confronto continuo, dalla pressione del successo a tutti i costi e dall'ansia di non essere all'altezza, e non ci piace,ma deve spingerci a capire e sostenere i nostri ragazze e ragazzi nel farli sentire non più a disagio né soli, creando insieme nuovi modi e mondi possibili.