Il silenzio del sacro nella narrativa contemporanea.

Pubblicato il 9 aprile 2026 alle ore 18:05

di Roberto Alicandri

C’è una linea quasi comune che attraversa la narrativa contemporanea, un filo invisibile ma tenace che lega opere tra loro lontane per lingua, stile e contesto: è il silenzio del sacro. Non la sua negazione, non l’ateismo polemico che ha caratterizzato ampie stagioni del Novecento, ma qualcosa di più sottile e, per certi versi, più inquietante: l'assenza di Dio come orizzonte percepibile, come interlocutore possibile, come presenza capace di orientare l’esistenza.

Il romanzo contemporaneo non parla più di Dio, non lo incontra. È una mutazione profonda. Se la modernità aveva posto la questione di Dio al centro del conflitto, basti pensare alla tensione drammatica di Fëdor Dostoevskij o all’assurdo lucido di Albert Camus, la contemporaneità sembra aver smarrito persino il terreno su cui quella domanda poteva essere posta. Non si tratta più di credere o non credere, si tratta, piuttosto, di non sapere più come formulare la domanda.

In La strada di Cormac McCarthy, questo scenario si manifesta in forma estrema. Il mondo è ridotto a cenere, la storia è finita, la civiltà dissolta. Eppure, dentro questo paesaggio apocalittico, un padre e un figlio continuano a camminare, portando con sé, come unico patrimonio,  una misteriosa “fiamma”. Non viene mai definita, non viene mai teologicamente esplicitata, ma è ciò che distingue l’umano dal barbarico. In un mondo senza Dio dichiarato, sopravvive una forma di bene che sembra non avere più fondamento, ma che proprio per questo appare ancora più fragile.  È una fede senza nome, una "trascendenza" ridotta. 

La religione, in questo contesto, può anche tornare, ma non come verità, bensì come struttura, rifugio, come forma di ordine per un uomo che non sa più reggersi da solo.

Non è semplicemente cambiato il linguaggio della fede, si è affievolita la capacità di cercarla e questo non è un progresso, ma una frattura. Una civiltà che non si interroga più sul trascendente rischia di appiattirsi sull’effimero, smarrisce la verticalità, perde la tensione verso l’oltre, e finisce per abitare un presente di smarrimento e senza profondità.

La narrativa contemporanea, nel suo stesso silenzio, registra tutto questo, lo mostra nei vuoti dei suoi personaggi, nelle loro esitazioni, nella loro incapacità di andare fino in fondo alle domande e forse proprio per questo il suo compito diventa ancora più urgente.

La letteratura non è chiamata a dare risposte, ma di custodire e, se necessario, riaprire la domanda su Dio, perché senza quella domanda, anche l’uomo rischia di diventare incomprensibile a sé stesso.

E allora il silenzio del sacro, lungi dall’essere una conquista, appare per ciò che è: una delle più profonde povertà del nostro tempo.

 

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