di Bruno Marfé
Da un po’ di tempo a questa parte, il nome di Pasquale Terracciano è tornato a galla più volte, ‘convocato’ da conversazioni casuali che non cercavano lui ma lo hanno trovato. È un segnale che conosco: quando qualcuno continua a presentarsi così, senza essere invitato, vuol dire che ha ancora qualcosa da dirti. E allora ho sentito il bisogno di mettere nero su bianco quello che resta - la memoria di un uomo che sapeva dare ritmo a una vita già sufficientemente ritmata.
Pasquale non era soltanto un musicista. Era una di quelle persone rare che trasformano la realtà in melodia senza che te ne accorga, che lasciano il segno non con le grandi esibizioni ma con i gesti minimi: due tazzine da caffè sbattute sul tavolo, un cucchiaio, qualsiasi oggetto che potesse diventare strumento. Non aveva bisogno di mediazioni. La musica gli abitava le mani.
’E Zezi e le radici
La sua avventura artistica era cominciata negli anni Settanta a Pomigliano d’Arco, dentro il collettivo popolare de ’E Zezi, accanto a figure come Marcello Colasurdo. Quel laboratorio - musica, teatro di strada, impegno sociale - aveva plasmato tutto il suo cammino. La fusione di tradizione e denuncia non era per lui una scelta ideologica astratta: era un modo di stare al mondo, di abitare la piazza.
Il pazzariello di Positano
Il nostro primo incontro fu casuale. Lo vidi a Positano vestito da pazzariello, che distribuiva sorrisi tra i vicoli con un’energia che non si poteva ignorare. Era l’incarnazione esatta di sé stesso: un artista nato per condividere la gioia.
La vera amicizia nacque più tardi, nella ‘mia’ Casina Pompeiana - che per me è stata per anni un secondo salotto - durante una serata organizzata dall’amico comune Franco Mayer. La sua simpatia immediata ci unì, e da quel momento bastava cercarlo: per un concerto, per l’inaugurazione di una mostra, o anche solo per una pizza.
Il tamburo e l’Atlantico
Un ricordo che torna spesso è legato a un workshop sul tambor mineiro, sempre in Casina, con il musicista brasiliano Mauricio Tizumba, percussionista di Milton Nascimento e del leggendario Clube da Esquina. Pasquale e Mauricio sembravano conoscersi da sempre. In quell’intesa si capiva qualcosa di essenziale sulla musica popolare autentica: non ha bisogno di presentazioni, supera le lingue e le geografie.
Fu anche grazie a quegli incontri - e alla successiva amicizia con il pittore espressionista brasiliano Arnaldo Garcez, venuto in Casina per una sua personale - che in Pasquale si accese un desiderio: visitare il Brasile, immergersi nelle sue tradizioni, intrecciarle con quelle napoletane che amava diffondere. Un richiamo che si faceva ancora più concreto perché mia moglie è brasiliana, dello Stato di Bahia, e lui sentiva un legame speciale con quella terra. Lo sentiva anche attraverso l’amicizia tra lei e Lina, la compagna di vita e di palcoscenico di Pasquale, un’intesa nata quasi subito.
Il viaggio che non si è fatto
Ne parlavamo spesso, nelle serate a casa, nei locali, nelle pizzerie: il viaggio in Brasile, dove ogni Natale lo trascorriamo con la famiglia di mia moglie. Lui sarebbe venuto a trovarci, avremmo ricambiato la visita agli amici mineiri. Era uno di quei progetti che restano sospesi nel tempo buono delle amicizie vere - concreti abbastanza da sembrare imminenti, leggeri abbastanza da non pesare.
La pandemia ha spezzato quel filo, portandosi via Pasquale prima che il progetto diventasse realtà.
Belo Horizonte, in sua vece
L’unico modo per portarlo davvero in Brasile è stato omaggiarlo. Al Bar do Museu do Clube da Esquina, a Belo Horizonte, una serata con Rodrigo Borges e Ian Guedes - due dei musicisti che avevano già condiviso esperienze con lui a Napoli - ha fatto attraversare l’oceano alla sua musica. In quell’occasione lo presentai al pubblico con parole scritte appositamente da Pasquale Scialò: un ricordo sobrio e intenso, che lo restituiva vivo a chi era presente.
Quello che rimane
Da ’E Zezi alle piazze, dai tamburi di Pomigliano agli incontri con i musicisti del Minas Gerais, Pasquale Terracciano ha incarnato la forza della musica popolare come linguaggio senza frontiere. Ma chi ha avuto la fortuna di conoscerlo sa che, oltre al musicista, c’era qualcosa di più difficile da trovare: un amico sincero, sempre presente, capace di trasformare qualsiasi momento in ritmo condiviso.
Quella capacità non si archivia. Continua a tornare, nelle conversazioni che non lo cercavano ma lo trovano lo stesso.
Aggiungi commento
Commenti