La poesia didattica volgare dell’Italia Settentrionale e Bonvesin da la Riva

Pubblicato il 29 maggio 2026 alle ore 21:28

di Roberto Alicandri 

Tra la fine del XII secolo e il XIII secolo, nell’Italia settentrionale, soprattutto tra Lombardia e Veneto, si sviluppò una particolare forma di letteratura religiosa e morale scritta in volgare: la poesia didattica. Si trattava di una produzione poetica destinata prevalentemente alle classi urbane e borghesi dei Comuni medievali, caratterizzata da un tono semplice, dimesso e profondamente legato alla quotidianità.

Questa poesia nasce con un intento soprattutto educativo e comunicativo. Gli autori scelgono infatti i dialetti locali invece del latino per raggiungere un pubblico più vasto e meno colto, adattando ai volgari dell’Italia del Nord modelli provenienti dalla tradizione latina e dalle letterature romanze. L’obiettivo principale non era la ricerca artistica o lirica, ma l’insegnamento morale e religioso.

I contenuti di questa produzione rivelano una religiosità elementare e pratica, fondata sulla paura del peccato, sul rispetto delle autorità, sulla moderazione e sul buon senso. Frequenti sono le descrizioni dell’oltretomba, delle pene infernali e delle gioie paradisiache, costruite attraverso immagini semplici e immediate capaci di colpire l’immaginazione popolare. Non si tratta però di visioni profonde o filosofiche come, ad esempio, quelle che troveremo nella Divina Commedia di Dante Alighieri. Questi testi, infatti, non possono essere considerati veri precursori del capolavoro dantesco, poiché rimangono ancorati a una dimensione schematica, ingenua e fortemente moralistica.

Dal punto di vista metrico prevalgono versi lunghi e monotoni, soprattutto l’alessandrino, che conferisce alla lettura un ritmo lento e solenne. L’omogeneità di questa letteratura dipende non solo dalla lingua e dalle forme metriche, ma anche dal pubblico a cui era destinata: cittadini, mercanti, artigiani e ceti medi urbani che cercavano nella poesia un insegnamento religioso immediato e comprensibile.

Tra gli autori più importanti di questa tradizione compare il cremonese Girardo Patecchio, attivo probabilmente nei primi decenni del Duecento. A lui si attribuisce lo Splanamento de li Proverbii de Salamone, opera di carattere morale e sapienziale, oltre alla Noie, una composizione costruita come elenco di cose fastidiose e sgradevoli, sul modello dell’enueg provenzale.

Accanto a lui troviamo Uguccione da Lodi, autore del Libro, testo incentrato soprattutto sulla descrizione delle pene infernali e concluso da una lunga invocazione a Dio. In area veneta, invece, circolò il poemetto anonimo Proverbia quae dicuntur super natura feminarum, probabilmente composto poco dopo la metà del XII secolo, che raccoglie una lunga serie di luoghi comuni misogini tipici della mentalità medievale.

Importante è anche la figura del frate francescano Giacomino da Verona, autore di due poemetti escatologici: il De Jerusalem celesti, dedicato alle gioie del Paradiso, e il De Babilonia civitate infernali, incentrato invece sugli orrori dell’Inferno. In queste opere emerge chiaramente la funzione pedagogica della poesia medievale: spaventare il lettore con l’idea della dannazione oppure confortarlo con la promessa della salvezza eterna.

La tradizione della poesia didattica settentrionale raggiunge però il suo punto più alto con Bonvesin da la Riva, vissuto nella seconda metà del XIII secolo e morto probabilmente tra il 1313 e il 1315. Maestro di grammatica a Milano e appartenente al terz’ordine degli Umiliati, Bonvesin rappresenta perfettamente la mentalità della borghesia comunale milanese.

La sua cultura è di tipo retorico e scolastico, profondamente inserita nella tradizione medievale. Nei suoi scritti emerge una forte religiosità popolare e un sincero attaccamento ai valori civili del Comune. Celebre è il trattato latino De magnalibus urbis Mediolani del 1288, una sorta di esaltazione della grandezza e della bellezza di Milano.

Bonvesin compose anche numerosi poemetti in volgare milanese, scritti in quartine di alessandrini. Le sue opere affrontano temi morali e religiosi con intento educativo. Nel De quinquaginta curialitatibus ad mensam propone addirittura cinquanta regole di comportamento da osservare a tavola, segno di una letteratura molto vicina alla vita concreta e quotidiana.

Celebre è poi il Libro delle Tre Scritture, una delle opere più significative della letteratura religiosa medievale italiana. Il testo è diviso in tre parti: la scrittura nera, dedicata alle pene infernali; la scrittura rossa, centrata sulla Passione di Cristo; e la scrittura dorata, che descrive invece le gioie del Paradiso. Attraverso immagini forti e immediate, Bonvesin cerca di guidare moralmente il lettore verso una vita cristiana corretta. Molto importanti sono anche i suoi “contrasti”, componimenti costruiti secondo il modello medievale della disputatio, cioè il confronto simbolico tra elementi opposti. Tra questi ricordiamo la Disputatio mensium, il contrasto tra anima e corpo (De anima cum corpore) e soprattutto la Disputatio rose cum viola, dove la rosa rappresenta il lusso, la vanità e la superbia, mentre la viola simboleggia l’umiltà, il lavoro e la semplicità.

Attraverso queste opere, Bonvesin da la Riva difende i valori morali e civili della società comunale medievale, offrendo uno spaccato prezioso della mentalità urbana del Duecento italiano. La sua poesia, pur lontana dalla grandezza artistica di Dante, rappresenta una testimonianza fondamentale della cultura religiosa e civile dell’Italia medievale prima dell’affermazione del modello toscano.

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