“Genova e Napoli” di Gigi D’Alessio e Alfa. La distanza diventa melodia.

Pubblicato il 7 settembre 2026 alle ore 21:43

di Roberto Alicandri 

C’è un elemento di "Genova e Napoli" che merita attenzione ancora prima del suo valore strettamente musicale: Gigi D’Alessio e Alfa scelgono di raccontare due città italiane senza trasformarne le ferite in spettacolo. In un tempo nel quale il disagio, la periferia, l’aggressività e perfino la criminalità diventano spesso materiali estetici da esibire, Napoli e Genova vengono restituite per ciò che sono prima di qualsiasi stereotipo: due città dalla fortissima identità, capaci di brillare di luce propria.

Non si tratta di negarne le contraddizioni. Napoli e Genova ne possiedono, come ogni grande città. Ma una comunità non può essere raccontata eternamente attraverso ciò che non funziona. Esistono anche la memoria, la lingua, il paesaggio, le appartenenze e quella particolare educazione sentimentale che soltanto alcuni luoghi riescono a trasmettere a chi vi nasce. "Genova e Napoli" parte proprio da qui e trasforma la geografia in sentimento.

Perché, in realtà, è una canzone d’amore. Le due città sono la metafora di due persone distanti e tuttavia legate. Due porti lontani che guardano lo stesso mare. Il mare, per definizione, separa le rive ma contemporaneamente le mette in comunicazione; contiene la partenza e la possibilità del ritorno, l’assenza e la speranza dell’approdo. Anche l’orizzonte assume così un significato sentimentale: ciò che amiamo può scomparire dalla vista senza per questo cessare di esistere.

Il riferimento al calcio aggiunge un ulteriore elemento popolare. Alfa porta con sé Genova e il Genoa, D’Alessio Napoli e il Napoli, e dietro le due squadre esiste la memoria di uno storico rapporto fra le tifoserie. La domenica evocata nel brano appartiene così a un immaginario profondamente italiano: lo stadio, l’attesa, la passione, la gioia e la delusione. Il calcio entra nella stessa grammatica emotiva dell’amore, anche lì si appartiene, si soffre, si aspetta e, nonostante tutto, si ritorna. Ma mettere accanto Genova e Napoli significa inevitabilmente evocare anche due capitoli fondamentali della storia della musica italiana.

Napoli possiede una tradizione che precede di molto la moderna industria discografica. Tra Ottocento e Novecento la canzone napoletana riuscì in qualcosa di straordinario: partire da una lingua profondamente territoriale e diventare universale. "Funiculì funiculà", "'O sole mio", "Torna a Surriento" e tanti altri capolavori attraversarono frontiere, teatri e continenti dimostrando che la cultura popolare, quando raggiunge una forma artistica autentica, non ha bisogno di rinunciare alle proprie radici per parlare al mondo.

Genova avrebbe scritto un capitolo diverso. Nel secondo dopoguerra e soprattutto tra gli anni Cinquanta e Sessanta, la cosiddetta scuola genovese contribuì a modificare profondamente la canzone italiana. Gino Paoli, Luigi Tenco, Umberto Bindi, Bruno Lauzi e Fabrizio De André portarono nella musica leggera una nuova attenzione alla parola, all’intimità, alla fragilità, alle contraddizioni dell’individuo. La canzone non era più soltanto qualcosa da canticchiare, ma poteva diventare confessione, racconto, persino interrogazione morale. E i due mondi non sono mai rimasti completamente separati. Basterebbe ricordare il rapporto di De André con Napoli e soprattutto Don Raffaè, oppure l’amore di Gino Paoli per il repertorio partenopeo. La musica, d’altronde, ha sempre avuto una singolare capacità di costruire ponti dove la geografia vede distanze.

È in questa storia molto più grande che arriva oggi l’incontro tra Gigi D’Alessio e Alfa.

D’Alessio può ormai essere considerato un rappresentante della vecchia scuola, attribuendo all’espressione il suo significato migliore. È un musicista cresciuto nel culto del pianoforte, dell’armonia, del mestiere e della melodia; appartiene a un’epoca nella quale una canzone doveva anzitutto reggersi su una struttura musicale riconoscibile e possedere un ritornello capace di sopravvivere alla stagione nella quale era nato.

Alfa, classe 2000, proviene da un universo completamente diverso. È figlio dello streaming, dei social, della velocità con cui oggi una canzone nasce, circola e viene consumata. Rappresenta quel futuro che inevitabilmente avanza, ma la cosa interessante è che non sembra considerare il passato un ingombro di cui liberarsi. Il confronto con un artista di un’altra generazione diventa allora un passaggio di esperienza, non un’operazione nostalgica. Ed è questo il punto sul quale "Genova e Napoli" dice qualcosa anche sul presente della musica italiana.

Rap e trap hanno avuto il merito di raccontare mondi, periferie e inquietudini che spesso la musica tradizionale non riusciva più a intercettare. Sarebbe dunque intellettualmente povero condannare in blocco un genere. Esiste però una parte di quella produzione nella quale violenza verbale, denaro, sessualizzazione, ostentazione e culto dell’eccesso sono diventati formule quasi obbligatorie. E quando la provocazione viene codificata e ripetuta all’infinito accade un curioso paradosso: ciò che nasceva per essere trasgressivo finisce per diventare convenzionale.

Gigi D’Alessio e Alfa percorrono una strada differente. Non hanno bisogno di urlare per apparire contemporanei. Si affidano a una forma antichissima e tuttavia resistente: la melodia. Ed è una scelta meno banale di quanto sembri, perché ricorda che una canzone può essere popolare senza essere povera, sentimentale senza diventare necessariamente stucchevole, immediata senza rinunciare alla scrittura.

La storia della musica italiana, in fondo, è piena di simili incontri. Domenico Modugno riuscì a essere rivoluzionario senza rinunciare alla cantabilità; i cantautori trasformarono la forma-canzone senza distruggerla; Lucio Dalla seppe far convivere ricerca musicale, melodia e comunicazione popolare. L’innovazione autentica raramente nasce dalla semplice cancellazione di ciò che la precede. Più spesso prende una tradizione e la costringe a parlare una lingua nuova.

È per questo che "Genova e Napoli" può essere ascoltata anche oltre il suo ritornello. Dentro una semplice storia d’amore convivono il porto e lo stadio, la distanza geografica e quella sentimentale, l’italiano e il napoletano, un musicista cresciuto in un’altra stagione discografica e un ragazzo che appartiene pienamente al presente.

E soprattutto ci sono due città finalmente liberate dall’obbligo di essere raccontate attraverso i soliti luoghi comuni. Esiste un’autenticità della bellezza, della memoria, delle radici e dell’appartenenza.

La vecchia scuola non chiede al futuro di assomigliarle e il futuro non considera la tradizione qualcosa di cui vergognarsi. Si incontrano a metà strada, come due città lontane affacciate sullo stesso mare.

E in quel tratto di mare tra Genova e Napoli passa qualcosa che appartiene da sempre alla nostra storia musicale: la capacità della canzone italiana di cambiare voce senza perdere la propria anima.

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