I Fuggitivi dell’Armonia. Quelli che sono «Usciti dal Sistema»

Pubblicato il 31 maggio 2026 alle ore 00:07

di Bruno Marfé

C’è una fotografia che non è mai stata scattata. Una bambina con un contrabbasso più alto di lei, in un quartiere di Caracas dove il futuro arrivava a rate. Non sappiamo il suo nome esatto in quel momento, non sappiamo cosa pensasse guardando quello strumento enorme e improbabile. Sappiamo solo dove è arrivata.

Vanessa Matamoros è oggi in Italia. Suona il contrabbasso — quel gigante silenzioso che sostiene l’intera architettura di un’orchestra senza quasi mai cercare la ribalta. La si ascolta nella Tango Spleen Orquesta, nei progetti di musica contemporanea, nei crocevia tra tradizione e sperimentazione. Ha attraversato un oceano portando con sé qualcosa che non si mette in valigia facilmente: una certa idea di cosa significhi fare musica insieme.

Per capire da dove viene quell’idea, bisogna tornare indietro di mezzo secolo, in Venezuela.

Un’idea semplice e rivoluzionaria

Nel 1975 un economista e musicista di nome José Antonio Abreu ebbe una convinzione che a molti sembrò velleitaria: la musica non era un lusso per pochi, ma uno strumento di trasformazione sociale. Da quella convinzione nacque El Sistema, la rete di orchestre giovanili che nei decenni successivi avrebbe cambiato la vita di centinaia di migliaia di ragazzi venezuelani.

Il meccanismo era semplice. Nei núcleos — i centri musicali distribuiti nei quartieri popolari del paese — i bambini ricevevano uno strumento e cominciavano a suonare. Non da soli: insieme. L’orchestra come metafora della convivenza civile, come scuola di ascolto reciproco, come luogo in cui il talento individuale trova senso solo nella relazione con gli altri.

Nei decenni successivi da quella fucina uscirono musicisti che avrebbero ridefinito i confini di ciò che sembrava possibile.

Il più giovane tra i grandi

Edicson Ruiz aveva diciassette anni quando entrò nei Berliner Philharmoniker. Contrabbassista, come Vanessa. La sua storia è diventata quasi leggendaria: un ragazzo formato nei quartieri popolari di Caracas che raggiunge il vertice assoluto della tradizione sinfonica europea, l’orchestra che per molti è ancora oggi la più prestigiosa del mondo.

Non era solo un successo personale. Era una dimostrazione — concreta, inconfutabile — che la geografia e la condizione sociale non determinano il soffitto dell’eccellenza. Che il talento non ha un indirizzo.

La tromba e il Caribe

Se Ruiz ha riscritto la storia del contrabbasso nella grande tradizione europea, Pacho Flores ha fatto qualcosa di diverso con la tromba: ha costruito un linguaggio che non sceglie tra le tradizioni, ma le abita tutte insieme. Nei suoi concerti convivono Haydn e il Caribe, virtuosismo accademico e vitalità popolare. È uno dei trombettisti più importanti della scena internazionale, e porta in ogni nota il segno delle sue origini.

Non ha abbandonato El Sistema. Ne ha esteso i confini verso orizzonti che Abreu forse non aveva immaginato.

Il ragazzo sul podio

E poi c’è Gustavo Dudamel, il nome che il mondo conosce di più. Da ragazzo dirigeva le orchestre giovanili di Barquisimeto; oggi guida alcune delle istituzioni musicali più importanti del pianeta, dalla Los Angeles Philharmonic alla New York Philharmonic. È diventato il simbolo internazionale dell’idea di Abreu: che l’eccellenza artistica e l’inclusione sociale non siano obiettivi incompatibili.

Ma forse la cosa più interessante di Dudamel non è il podio su cui è salito. È che quando lo si ascolta parlare di musica, si ha ancora la sensazione di sentire il ragazzo che imparava a dirigere in un nucleo venezuelano insieme a centinaia di altri bambini. Qualcosa di quel luogo è rimasto in lui, resistente a tutto.

Il contrabbasso che attraversa l’oceano

Vanessa Matamoros non è Dudamel, nel senso che il suo nome non compare sulle prime pagine dei giornali musicali internazionali. Ma è esattamente per questo che la sua storia dice qualcosa che le storie dei grandi nomi non riescono a dire.

El Sistema non ha prodotto solo campioni. Ha prodotto musicisti. Persone capaci di portare la disciplina appresa nell’orchestra — l’ascolto, la precisione, la capacità di suonare insieme — in contesti radicalmente diversi da quello in cui l’hanno acquisita. Il tango argentino. La musica contemporanea. I confini porosi tra i generi. L’Italia.

C’è qualcosa di significativo nel fatto che sia ancora il contrabbasso, lo strumento di Edicson Ruiz, lo strumento dei bassi profondi e delle fondamenta armoniche, a raccontare questa storia. Come se El Sistema avesse capito che la vera rivoluzione non sta nelle vette — anche se le vette ci sono, e sono straordinarie — ma nelle fondamenta. Nel modo in cui si impara a sostenere un suono collettivo.

Vanessa Matamoros ha portato con sé quella capacità. L’ha trapiantata in un paese diverso, in una tradizione musicale diversa, e continua a costruirci sopra.

Una lingua che si porta addosso

I «fuggitivi» del titolo non sono persone che hanno lasciato qualcosa. Sono persone che ne hanno portato il nucleo essenziale oltre i suoi confini originari, trasformandolo in qualcosa di mobile, di adattabile, di vivo.

Dudamel è uno di loro. Ruiz è uno di loro. Flores è uno di loro. E Vanessa Matamoros, con il suo contrabbasso e la sua traiettoria tra Caracas e l’Italia, è uno di loro.

Ci sono storie che si comprendono meglio da vicino. Questa è una di quelle. E c’è qualcosa, in chi scrive, che vorrebbe capirla meglio — non attraverso le biografie ufficiali o le recensioni dei concerti, ma attraverso la voce di chi l’ha vissuta. Attraverso un incontro.

Nel frattempo, il contrabbasso suona. E chi sa ascoltare le fondamenta, sente tutto il resto.

Aggiungi commento

Commenti

Non ci sono ancora commenti.