L'equilibrio è nel movimento. Skater Girl, le trappole del privilegio e l'enigma del futuro indiano

Pubblicato il 24 agosto 2026 alle ore 16:33

di Bruno Marfé con le riflessioni di Vittorio Russo e di Arvind Kumar Shukla

C'è un momento preciso in cui un film cessa di essere un semplice intreccio narrativo e diventa una sorta di tavola optometrica: una superficie sulla quale ciascuno proietta la propria visione del mondo, del sacro, della libertà e delle sue catene.

È quanto è accaduto attorno a Skater Girl, il film ambientato nelle campagne del Rajasthan, al centro di un dialogo a tre voci nato per mia iniziativa: ho chiesto prima a Vittorio Russo di vedere il film, poi ho fatto lo stesso con Arvind Kumar Shukla, un giovane amico indiano appartenente alla comunità brahmanica. Vittorio ha seguito subito il mio consiglio, mentre Arvind mi ha detto di averlo già visto. Dal confronto tra le loro osservazioni è nato questo dialogo a tre, nel tentativo di comprendere non soltanto ciò che il film racconta, ma soprattutto ciò che ciascuno di noi vede quando guarda l'India.

Arvind legge Skater Girl innanzitutto attraverso la realtà sociale: il peso delle caste, la subordinazione femminile, la povertà rurale, le difficoltà di accesso alle opportunità. Vittorio, invece, individua nella pellicola una trama simbolica più profonda, nella quale lo skateboard, i nomi dei protagonisti, il fuoco, il corpo e persino il finale diventano elementi di una riflessione sull'emancipazione e sulla possibilità di scegliere il proprio destino.

Due sguardi diversi, dunque. E forse proprio per questo complementari.

Ma nel confronto emerge anche una questione più delicata: chi osserva con lucidità le disuguaglianze che colpiscono gli altri riesce sempre a riconoscere quelle legate alla propria posizione nella società?

I simboli come chiave di lettura

Come osserva Vittorio, il motore segreto di Skater Girl non risiede soltanto nel dramma sociale, ma nella sua straordinaria costruzione simbolica.

La materia profonda del film è evidente: la subordinazione della donna nella famiglia e nella comunità. Il conflitto di casta è presente, ma rimane in parte sullo sfondo, attenuato anche dalla presenza rassicurante della maharani, il cui intervento contribuirà ad aprire a Prerna una possibilità che sembrava negata.

I veri snodi drammaturgici sono affidati anche al valore dei simboli.

I nomi che parlano. Prerna significa «ispirazione». La ragazza che non può ancora disporre pienamente della propria vita diventa, paradossalmente, un modello di emancipazione per gli altri. Suo fratello Ankush porta invece il nome del pungolo metallico utilizzato per guidare gli elefanti. Ed è proprio lui, attraverso il proprio comportamento, a spingere la sorella oltre le maglie del controllo paterno e patriarcale.

Lo skateboard e il corpo. La tavola vive nel movimento e trova il proprio equilibrio proprio avanzando. È l'antitesi della stasi alla quale la tradizione sembra voler condannare Prerna. Se il sari rosso richiama il destino già predisposto della sposa promessa, lo skateboard restituisce alla ragazza la possibilità di appropriarsi del proprio corpo, dello spazio e della direzione della propria vita.

Quando il padre distrugge e brucia la tavola, Vittorio vi legge una suggestione ancora più radicale: il fuoco può evocare, simbolicamente, quello della sati, il rogo rituale nel quale la donna veniva storicamente associata alla morte del marito. Non si tratta, naturalmente, di stabilire un'equivalenza intenzionale da parte degli autori del film, ma di riconoscere la forza di un'immagine nella quale la distruzione dell'oggetto diventa metafora del tentativo di soffocare la libertà della ragazza.

La benedizione del potere. La maharani incarna una forma antica di autorità che finisce per autorizzare, quasi paradossalmente, il futuro. In una società attraversata da stratificazioni storiche e gerarchiche tanto profonde, persino la ribellione sembra avere bisogno, almeno in parte, di un'investitura proveniente dall'alto.

I maestri e la lezione. I giovani europei insegnano a Prerna la tecnica dello skateboarding. Ma è Prerna, alla fine, a insegnare agli adulti una verità molto più profonda: l'equilibrio non consiste nel rimanere immobili.

È necessario muoversi per non cadere.

Oltre i titoli di coda: l'enigma del futuro

È proprio sul finale che il confronto fra gli sguardi diventa più interessante.

Parlare di «mobilità sociale» per descrivere la parabola di Prerna sarebbe forse eccessivo. La ragazza conquista, almeno per un momento, la possibilità di scegliere e sperimenta l'ebbrezza di una libertà che prima le era preclusa. Ma la sua condizione strutturale non viene magicamente cancellata.

Il film compie così una scelta narrativa molto intelligente: si interrompe proprio nel momento in cui dovrebbe cominciare la parte più difficile.

Dopo il salto, le acclamazioni della folla e la coppa alzata al cielo, cosa attende davvero Prerna?

La cerimonia interrotta, il padre, lo sposo imposto, il villaggio e le sue regole non sono necessariamente scomparsi. Il film non ci dice cosa accadrà dopo.

Ed è precisamente in questo spazio lasciato fuori dall'inquadratura che nasce l'enigma.

La regia lascia il futuro alla nostra immaginazione. Può essere letto come l'inizio di una trasformazione oppure come una parentesi luminosa destinata a scontrarsi nuovamente con la durezza della realtà.

Arvind, con il suo sguardo interno alla società indiana, tende a sottolineare proprio questo secondo elemento: la tenacia delle consuetudini, la persistenza delle strutture sociali, la distanza che può esistere fra una conquista individuale e una reale trasformazione collettiva.

Eppure il film non rinuncia alla speranza.

Forse perché non pretende di raccontare la liberazione definitiva di Prerna, ma soltanto il momento in cui quella liberazione diventa pensabile.

La casta e l'invisibilità del privilegio

Il confronto diventa ancora più delicato quando Arvind affronta il tema della propria appartenenza brahmanica e le proprie perplessità nei confronti delle politiche di reservation, cioè del sistema indiano di quote e misure di rappresentanza destinato a compensare storiche disuguaglianze nell'accesso all'istruzione e all'impiego pubblico.

Sul piano personale, il disagio di chi percepisce una riduzione delle proprie opportunità merita di essere ascoltato senza liquidarlo come semplice pregiudizio.

Sul piano storico e sociale, tuttavia, la questione è molto più complessa.

Il sistema delle caste non coincide con la condizione economica individuale. Un appartenente a una comunità storicamente collocata in posizione elevata può essere povero, incontrare difficoltà e subire a sua volta ingiustizie. Ma questo non cancella il fatto che l'ordine castale abbia prodotto, per generazioni, differenti forme di accesso al prestigio, all'istruzione, alle relazioni sociali e al potere.

È qui che il concetto di «privilegio» diventa particolarmente insidioso: non indica necessariamente un vantaggio percepito nella vita quotidiana, ma anche un'eredità sociale che può diventare talmente normale da risultare invisibile a chi la possiede.

B.R. Ambedkar descrisse la società castale indiana come un sistema di «disuguaglianza graduata»: non una semplice divisione fra chi sta in alto e chi sta in basso, ma una complessa gerarchia nella quale ciascun gruppo può percepirsi svantaggiato rispetto a qualcuno che gli sta sopra e, contemporaneamente, avvantaggiato rispetto a chi gli sta sotto.

La modernità indiana non ha cancellato questa stratificazione. In molti casi ne ha trasformato le forme.

Ed è proprio qui che il dialogo con Skater Girl acquista un significato ulteriore.

Tre sguardi sull'India

Forse il valore più interessante di questo confronto sta nel fatto che nessuno dei tre sguardi è sufficiente da solo.

Arvind porta nel dialogo la concretezza di chi conosce dall'interno una società nella quale caste, genere, tradizione, istruzione e opportunità continuano a intrecciarsi.

Vittorio individua nella vicenda di Prerna una dimensione simbolica che trascende il contesto geografico: una ragazza che scopre che l'equilibrio non è immobilità, ma movimento continuo.

Io mi trovo nel mezzo, cercando di mettere in relazione queste due prospettive senza trasformarne una nella misura dell'altra.

È questo, forse, il vero valore di un confronto interculturale: non stabilire chi possieda la lettura corretta, ma scoprire ciò che ciascuno vede e ciò che, inevitabilmente, rischia di non vedere.

Anche la questione del privilegio può essere affrontata in questa prospettiva. Non come un'accusa personale, ma come una domanda che riguarda tutti.

È relativamente facile riconoscere le strutture che limitano la libertà degli altri. È molto più difficile riconoscere quelle che, magari senza nostra intenzione, hanno contribuito a costruire il nostro spazio di possibilità.

Conclusione: l'equilibrio è nel movimento

Alla fine, Skater Girl racconta una ragazza che impara a stare in equilibrio su una tavola.

Ma il film può essere letto anche come una metafora dell'India contemporanea e, forse, dello stesso modo in cui proviamo a comprenderla.

Un Paese nel quale passato e futuro convivono, nel quale la modernità procede insieme a strutture sociali millenarie, nel quale l'emancipazione può nascere da un gesto apparentemente semplice e nel quale una vittoria individuale non coincide necessariamente con una rivoluzione collettiva.

Prerna sale sulla tavola e scopre che per non cadere deve avanzare.

Forse è questa la lezione più profonda del film.

L'equilibrio non è la conservazione dello stato delle cose. È la capacità di correggere continuamente la propria traiettoria.

Vale per Prerna. Vale per l'India. Vale per chi porta con sé un'eredità storica di privilegi e per chi combatte contro un'eredità di esclusioni.

E vale anche per chi guarda.

Perché comprendere davvero una società diversa dalla nostra significa accettare che, mentre cerchiamo di vedere le sue contraddizioni, dobbiamo essere disposti a mettere a fuoco anche le nostre.

È forse questo il movimento necessario per non cadere.

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