Messi visto da Saviano. Giocarsi tutto: un progetto, un annuncio.

Pubblicato il 9 luglio 2026 alle ore 22:51

di Bruno Marfé 

Tutto è nato da un confronto a distanza, da un messaggio inaspettato arrivato da Nema, che con la sensibilità di chi guarda al calcio non solo come sport ma come narrazione esistenziale mi ha scritto:

«Caro Bruno, bom dia. Sei que para vocês, italianos, no momento é difícil falar sobre futebol. Mas, por esses dias, andei relendo uma crônica de Roberto Saviano, na sua obra “La bellezza e l’inferno”, sob o título “Giocarsi Tutto”, onde narra a saga de Messi, o maior jogador do mundo. E pensei que você poderia traduzi-la a fim de divulgá-la por aqui. Poucos conhecem sua história.»

Per chi non mastica il portoghese, la sostanza del messaggio è questa: Nema mi scriveva che sa quanto sia difficile, per noi italiani in questo momento, parlare di calcio. Ma proprio in questi giorni aveva riletto la cronaca di Saviano su Messi, “Giocarsi Tutto”, contenuta ne “La bellezza e l’inferno”, e aveva pensato che valesse la pena tradurla per farla conoscere da quelle parti, perché in pochi, diceva, conoscono davvero questa storia.

Quell’invito è diventato la scintilla per rileggere “Giocarsi Tutto”, la cronaca contenuta nella raccolta di Saviano, e per pianificare un lavoro di traduzione in portoghese che ho sentito l’urgenza di realizzare.

Nel racconto, Saviano non traccia una semplice biografia sportiva, ma il ritratto di una sopravvivenza. Ricostruisce l’infanzia di un bambino affetto da un deficit dell’ormone della crescita — una fragilità fisica che avrebbe potuto interrompere tutto prima ancora che cominciasse, e che invece diventa la ragione stessa della sua tecnica: quel corpo minuto, costretto a inventarsi baricentro basso e scatto fulmineo per sopravvivere in campo tra corpi più grandi. C’è, in questo, un elemento che Saviano non lascia sullo sfondo: la famiglia Messi non poteva sostenere il costo delle cure ormonali, e fu il River Plate, prima, a tentennare sull’investimento su un ragazzino così fragile fisicamente. Fu il Barcellona, con un contratto scritto su un tovagliolo di carta, a scommettere su quel corpo minuto quando in Argentina nessuno voleva farlo davvero fino in fondo. Saviano legge in questo la cifra vera di Messi — non il talento come dono gratuito, ma come risposta a una minaccia. Ne esce il ritratto di un uomo che ha dovuto trasformare la propria fragilità in un’arma, in un linguaggio che è insieme tecnica e resistenza. È il vertice di una piramide costruita sul sacrificio e sulla costanza feroce — l’atleta che in una classifica ideale di numeri, trofei e continuità nel tempo non ha eguali.

Per chi come me vive all’ombra del Vesuvio, guardare a un “migliore di sempre” che non porta il nome di Diego genera sempre un istintivo corto circuito. Ci vuole un momento per separare i piani, per lasciare che l’ammirazione tecnica non intacchi la fedeltà del mito. Ma è un esercizio doveroso: se Messi è il miglior calciatore che un essere umano possa mai sperare di diventare, Maradona non abita le classifiche: le ha inventate, distrutte e superate per sempre. Il mito di D10S appartiene a una dimensione soprannaturale; l’analisi di Saviano su Messi resta invece il racconto più lucido dell’eccellenza che un uomo può toccare, restando uomo.

È per questo che ho accolto l’invito di Nema: nelle prossime settimane lavorerò alla traduzione di “Giocarsi Tutto”, per restituire ai lettori brasiliani — che spesso osservano il fenomeno Messi con occhi diversi — la profondità con cui Saviano disseziona questa figura. Un omaggio necessario a una storia che, pur profondamente argentina e globale, merita di essere letta e compresa in tutta la sua complessità.

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