Lettera di Ponzio Pilato.

Pubblicato il 5 luglio 2026 alle ore 17:58

di Chiara Franchitti 

Cari ragazzi,

è il vostro Ponzio che vi scrive. Sì, proprio io, Ponzio Pilato. In questi duemila anni, tutti hanno parlato di me, nel bene e nel male, fiumi d’inchiostro sono stati versati sul mio conto. Non vi è santo, teologo, papa, che non si sia pronunciato sul mio nome. E io me ne sono stato sempre in disparte con discrezione ad osservare e ad ascoltare, cauto come sempre. Pareri contrastanti sul mio conto. C’è chi mi considera il peggiore tra i malfattori della storia, spesso ponendomi impropriamente in compagnia di Erode o di Giuda, chi invece mi considera perno fondamentale per il pieno compimento della storia della salvezza. Devo confessarvi che quando l’orientamento è prorompente in questo secondo versante ne godo: è una bella sensazione sentirsi “strumento della provvidenza”, così come è entusiasmante essere nominato, inconfutabilmente per nome e cognome, da secoli, quotidianamente nel Credo, recitato e cantato in tutte le lingue, da miliardi di persone, tanto da essere stato tra l’altro definito «piolo piantato in mezzo al Credo, per dare garanzia di verità». Che meraviglia! Eppure dopo duemilaanni ho deciso per una volta di rompere il silenzio e di parlare io di me, per un motivo. Tutti voi che parlate di me ne parlate orientati, la maggior parte da tifosi di Gesù di Nazareth e gli altri,al contrario, da detrattori. Ma io esisto davvero, come persona, oltre che come personaggio o addirittura come figura retorica, dato che spesso si fa uso del mio nome come antonomasia per indicare «il forte che vince sul debole, il ricco che vince sul povero, il violento che vince sul mite» o per indicare una persona che «quando vede che la situazione è difficile, si lava le mani e non sa assumere la sua responsabilità e lascia condannare o condanna lui le persone». Ma ragazzi, vi rendete conto a che punto di sopportazione sono giunto?

Parto dal fatto che sono stufo di essere rappresentato in tutte le passioni viventi con catino, brocca e asciugatoio (come gli attributi iconografici di un santo), simboli che, se accanto a Gesù sono il top dell’esercizio della sua regalità nel servizio, accanto a me, per il significato che ne attribuite, sono una riduzione umiliante e imbarazzante della mia persona. La scena della mia lavanda delle mani non è mai esistita. Ecco, l’ho detto. Mi dispiace farvi crollare un mito e generarvi un trauma ma dovevo proprio togliermi questo rospone dalla gola. Ah, mi sento liberato da un primo grande peso. Io ho capito che il gesto ha per voi valore simbolico e che storicamente simili scene accadevano non di rado, anzi erano tipiche nella tradizione giudaica, e capisco anche che Matteo abbia tutti i suoi interessi a spostare la responsabilità morale della condanna a morte di Gesù sui giudei, tanto che poi pure Luca mi farà dire più volte «Non trovo colpa in quest’uomo». Io finora non ho detto nulla, ma possibile che voi guardiate a me solo ed esclusivamente per sapere se in cuor mio credevo nell’innocenza o nella colpevolezza di Gesù? E io proprio questo è ciò che non vi dirò mai. Così imparate a parlare tutti di me in lungo e in largo come se mi conosceste bene, ma in realtà giudicandomi severamente solo con le vostre presunzioni su un unico singolo fatto della mia vita. Per una volta sappiate o ricordate veramente chi sono. Guardando a me potrete ampliare la vostra cultura generale in storia romana, dato che posso rendervi l’idea di cosa fosse l’amministrazione romana provinciale in Giudea. E i miei insegnamenti dunque non riguardano solo il fan club di Gesù di Nazareth. Io sono stato un prefetto romano, ragazzi. Sapete che significa? A me era affidato un distretto. Nelle mie mani, in quel posto geografico, erano racchiusi i poteri militare (preponderante), giudiziario e amministrativo. Vivevo stabilmente a Cesarea marittima, ma di tanto in tanto, in particolare durante le festività mi spostavo in giro per la regione affidatami, soprattutto a Gerusalemme, insieme alle truppe ausiliarie, per questioni di controllo e di armonia. Tutti noi prefetti veniamo dall’ordine equestre, siamo di formazione militare, per intenderci. Immagino che già sappiate, in funzione della storia che interessa a voi, che il potere di condannare a morte era prerogativa di noi prefetti romani (discorso a parte va fatto per i reati meno gravi, per la giustizia ordinaria insomma). Oltre questo compito eravamo i diretti interessati per tutto quel che concerne l’amministrazione ordinaria: manutenzione infrastrutture, strade, acquedotti,… In queste faccende eravamo i primi coinvolti. Non eravamo invece capi-riscossione delle tasse, questo spettava al legato di Siria. Il governo dei prefetti è durato dal 6 al 41 e i mandati più lunghi sono stati il mio e quello del mio predecessore Valerio Grato, per cui non credo di essere stato poi così male e posso dirlo con cognizione di causa. Il nostro spessore a livello politico era per così dire di medio livello, nel senso che non è che noi prefetti fossimo dei magistrati di livello politico altissimo, ma neanche del più basso. Per capire però la nostra non facile situazione di sottili equilibri socio-politici da tenere in piedi non va mai dimenticato che in Giudea dopo ben quarant’anni di interlocuzione di fatto tra la famiglia di Erode, gli erodiani e Roma, cambia completamente la classe dirigente giudaica. Avviene così una vera e propria rottura, o meglio discontinuità rispetto a un passato lungo e in un certo senso consolidato. Il potere, l’influenza, il prestigio effettivo dei sommi sacerdoti, anche questo è un aspetto importante che è bene non sottovalutiate, era morale, avevano cioè di base un potere di mediazione, la loro parola non lasciava indifferenti. E qui viene il bello. Tra il 6 e il 41 (anni della prefettura), udite udite, non si assiste a nessuna rivolta popolare in Giudea, come invece era avvenuto, e certo che era avvenuto, alla morte di Erode. Inoltre, sempre negli anni del nostro governo, non è stato mai necessario l’intervento del legato di Siria con le sue truppe per riportare la calma. Mai. E allora sono bravo nel mio lavoro sì o no? Dovrete ammettere che io e i miei colleghi siamo stati abili nel conservare il difficile equilibrio tra potere romano e autorità giudaiche (sacerdoti). Se al contrario ci fossero stati disordini, i mandati dei prefetti e dei sommi sacerdoti non sarebbero stati così lunghi. O no?

Dopo duemila anni di silenzio e ascolto se vi sto parlando ci sarà un motivo serio! Capite da soli che non lo faccio per diventare famoso, perché se c’è una cosa che non mi manca certamente non è l’oblio. Io vengo a voi con dei dati, con i numeri, fatti alla mano.Sempre nel momento storico di vostro interesse, avete mai notato che abbiamo avuto Caifa come sommo sacerdote per ben diciotto anni? Non mesi, anni. E prima di lui suo suocero Anna per ben nove anni? E come prefetti io per dieci anni e prima di me Valerio Grato per altri dieci? E allora non potete attribuirmi carenza di umiltà se affermo che nei vangeli è avvenuta una elaborazione funzionale del mio personaggio. Io nella mia vita reale non sono vissuto costantemente come in un set cinematografico, aspetto chevoi invece immaginate con facilità. Certo, so bene di non essere ioil protagonista della storia e ci mancherebbe altro, però voi che oggi avete tante possibilità di leggere, di studiare, di ricercare, di approfondire, oltre a chiedervi se in fondo al mio cuore credevo che Gesù fosse innocente (tanto non ve lo dico!) mi piacerebbe di gran lunga se una volta tanto vi chiedeste piuttosto se sono stato un prefetto efficace, se ho esercitato bene il mio potere. Io ho avuto un gran potere nelle mie mani e l’ho esercitato e di questo ne sono cosciente, ma non per questo mi sono posto in modo ottuso nei riguardi dei giudei. Conoscevo bene il loro punto di vista e lo rispettavo. Vi faccio un esempio pratico, vi racconto un episodio accaduto in quel tempo, anche se è narrato in fonti diverse dai vostri vangeli. Sapevo da tempo che a Gerusalemme c’era il problema dell’approvvigionamento d’acqua, dato dall’assenza di corsi d’acqua. Feci costruire sì un bell’acquedotto, che serviva, era una risorsa indispensabile, ma prelevai denaro dal tesoro del tempio, però non con violenza, non sarebbe stato da me. Non mancarono proteste, ma a queste non presero parte i sommi sacerdoti. Che vi fa capire questo? C’era intesa tra noi, nel senso che anche loro erano coscienti che l’acquedotto era una ricchezza importante per tutti. Lato triste di questo episodio, che mi lasciò per tanto tempo l’amaro in bocca, è che è stato scritto e sottolineato il fatto che feci mischiare tra la folla alcuni dei miei uomini, informatori di fiducia, muniti di bastoni. Questi picchiarono e ahimè finanche uccisero i più facinorosi. È vero che il fatto di cronaca è accaduto, ma i miei avversari lo hanno preso a pretesto per gettare fango su di me, come prova inconfutabile della mia crudeltà. Ma ragazzi, sono vissuto sì ai tempi dei romani, ma non ai tempi dei cavernicoli! Già esistevano le spade così come una varietà di armi purtroppo più letali di un bastone. Se avessi voluto di proposito fare una strage avrei munito i miei uomini di spade, non di certo di bastoni, non vi pare? Eppure un simile episodio mi è costato il posto da prefetto. Una volta, in maniera preventiva, intervenni contro alcuni samaritani armati che volevano fare un pellegrinaggio sul monte Garizim, dove si aspettavano la manifestazione di Dio predetta da un profeta. Morirono i capi e alcuni di loro. Fu in seguito a questo fatto per me triste e increscioso che il legato di Siria Vitellio mi rimosse da prefetto e mi rispedì a Roma. Ma secondo voi si sarebbe rivelato pacifico un pellegrinaggio di esaltati armati? Perché andare a un pellegrinaggio armati? Mah! A me tutt’oggi appare ancora un ossimoro. Eppure evidentemente Vitellio non la pensava così.

Vi sto dando un’idea di quanto la mia vita sia stata più ampia e più avvincente del solo punto sul quale focalizzate sempre la vostra attenzione? Ma visto che tanto vi interessa non vi lascio a bocca asciutta sul processo di Gesù, sarò clemente con voi e vi dirò qualcosa. Io in quel contesto facevo il giudice. E in quanto tale ho condannato. Ciò significa che ho ritenuto l’uomo che sono stato chiamato a giudicare colpevole, secondo la legge romana.Rientrava perfettamente nelle mie mansioni. Io mi sono informato e Gesù pericoloso lo era, nel senso che l’ordine pubblico me lo minava. Condizionato? Forse sì, questo lo ammetto, ma di fatto davanti alla legge romana Gesù è stato regolarmente processato e condannato. Allora voi, colmi d’ira contro di me, vi chiederete e mi chiederete “ma Gesù è stato condannato per quale reato? Era ci colpevole di cosa?”. E qui che casca l’asino. Avete già in mente la vostra risposta: lesa maestà, blasfemia, bla bla bla. Bravi, applauso. Pretendete di giudicare la mia vicenda storica con un’idea di diritto moderna? Ora che mi conoscete un pochino meglio, che sapete qualcosina in più su di me, potete sforzarvi a provare a leggere la condanna di Gesù nella mia prospettiva(giudiziale e politica), funzionale cioè al buon espletamento della mia funzione di prefetto? Qualcuno di voi più ferrato, già lo leggo nella vostra mente, sta pensando, come dice don Lorenzo Milani, che però «l’obbedienza non sempre è una virtù». Ma ragazzi, io sono vissuto venti secoli prima e se proprio vogliamo dirla tutta io non conoscevo neanche Gesù più di tanto. Come facevo a sapere apriori che era il figlio di Dio o che tre giorni dopo la sua morte sarebbe veramente risorto? Non mi dite che voi ci avreste creduto immediatamente all’istante, senza aver prima sedimentato l’idea, il concetto, la possibilità. Io al massimo conoscevo la tragedia di Antigone, nella quale la legge dell’amore vinceva sulla legge dell’autorità costituita, ma quella era mitologia, io nella vita dovevo salvarmi la pelle e placare i disordini, non fomentarli. Un’altra volta vi racconterò anche la verità sulla vicenda di Barabba, ma per ora accontentatevi di queste condivisioni. E comunque, pur non conoscendomi, mi fa piacere sapere che a fiducia diversi i paesi in Abruzzo e in Molise si contendano i miei natali, oltre ad avermi dedicato laghi, cortili e vie. Ma la citazione di me che preferisco, tra le più elevate, è quella di Dante Alighieri, anche se in questo caso il mio nome non viene pronunciato. Lui, con tutto il rispetto, da tifoso di Gesù, non poteva non collocarmi nel suo inferno, con esattezza III canto, versi 58-60: «Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto / vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto». Alcuni dicono che Dante non si riferisca a me, ma a Celestino V, che poi anche per lui paesi di Abruzzo e Molise si contendono i natali. Però sinceramente è improbabile per più d’un motivo, intanto dice “conobbi” e non riconobbi; già questo è un punto a mio vantaggio. Poi Celestino era già santo e Dante, cristiano osservante, non lo avrebbe collocato all’inferno. Poi del processo di Gesù cita tutti nella Commedia, dagli ipocriti ai sacerdoti Anna e Caifa, mai possibile che non citava solo me? Poi ancora quel “rifiuto”, per Celestino fu semmai una “rinuncia” e poi non dice “un” gran rifiuto, ma “il” e ci risiamo. Quella mia azione ha l’articolo determinativo. Poi,come ho detto all’inizio, c’è chi dice che sia stato il peggior male della storia, il peccato più grave che un uomo abbia mai commesso, chi dice che è stato uno strumento della provvidenza funzionale al pieno compimento della storia di salvezza. L’importante è che adesso mi conosciate un po’ meglio e impariate a non giudicare né me né alcun personaggio storico vissuto prima di voi in contesti diversi e lontani dal vostro, a posteriori, con lo sguardo fiero dei vincitori o di coloro che sanno già come è andata a finire la storia. Imparate a considerare anche il mio, il nostro punto di vista, di noi che siamo testimoni oculari, diretti interessati e che i fatti li abbiamo vissuti dall’interno. E non temete per la vostra fede che anche io rispetto. Dalle conoscenze storiche non ne uscirà minata, ma solo arricchita. Ve lo garantisco.

Con simpatia

vostro Ponzio Pilato

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