di Bruno Marfé
C’è una Napoli che non finisce mai di sorprenderti. È quella che ti riserva, dietro un bancone o sotto le volte di una sala storica, incontri che non ti aspetti — persone che custodiscono mondi paralleli, invisibili a chi li incrocia di sfuggita. Paolo è uno di questi. Lo conosco da quando la Casina Pompeiana era ancora il luogo dove la canzone napoletana si raccontava a sé stessa, e già allora capivo che dietro la sua affabilità c’era qualcosa che cercava una forma. L’ho ritrovato spesso da Brandi — la pizzeria che ha inventato la margherita e che continua, con quella grazia un po’ anacronistica che hanno i luoghi davvero vissuti, a raccogliere storie — in serate che scivolavano tra una fetta e una chitarra, tra una birra e una discussione sulla musica che conta. E ogni volta mi chiedevo quando quel “qualcosa” avrebbe trovato il suo nome.
Con Shadows, ultima uscita del White Circle Project, quel nome è arrivato. Ed è, come potevo aspettarmi, un nome scomodo.
Il brano si muove lungo un asse di tensione costante. L’architettura sonora è essenziale, quasi spoglia: un pianoforte che sembra dettare il battito di un cuore inquieto, e un violoncello che entra come una voce che non chiede il permesso. Sopra tutto questo, la voce di Claudia Liucci — capace di una precisione emotiva rara, di tradurre in vibrazione sonora ciò che il testo porta scritto tra le righe. Perché il testo non concede rifugi. Paolo descrive Shadows come l’esplorazione di quel mondo segreto che risiede in ognuno di noi — l“ombra” junghiana, la parte sconosciuta della nostra personalità, i demoni che teniamo in stanze chiuse a chiave. Nel brano, quell’ombra diventa quasi un’entità autonoma, un persecutore silenzioso, fino all’interrogativo che spaventa davvero: non sono forse io stesso quell’ombra di cui ho tanto timore?
Quello che mi ha colpito, ascoltando, è la scelta di non ricorrere agli strumenti consueti del genere Dark — nessun eccesso, nessuna ridondanza. La vicinanza alla musica da camera, il dialogo tra pianoforte e violoncello, costruisce invece un’atmosfera di intimità quasi antica, come se il brano venisse da lontano e parlasse di cose che ci riguardano da sempre. È un’operazione insolita per Napoli, città che nel buio tende a preferire il lamento o la deflagrazione. Qui c’è invece una profondità quieta, quasi filosofica — e in questo riconosco Paolo: la sua capacità di restare sottotraccia senza per questo rinunciare alla sostanza.
Il messaggio finale, però, non è la resa. È la riconciliazione. Shadows si chiude con un’idea che suona come un atto di coraggio: soltanto riconoscendo le nostre ombre come parte di noi stessi possiamo farle sparire, o almeno renderle innocue. Un percorso di scavo interiore che il White Circle Project persegue con una coerenza rara, e che in questo brano trova forse la sua espressione più matura.
In un tempo saturo di musica che consola senza interrogare, Shadows ricorda che a volte, per tornare a respirare, bisogna accettare di sostare nel buio, guardarlo in faccia e imparare, infine, a chiamarlo per nome.
Shadows è ascoltabile su YouTube e Spotify: [https://youtu.be/vAoxCLN05Ls] [https://open.spotify.com/track/1Xmi9wgpLas1X2GGCNm4JW?si=QA0ET5JXTGGnCAOfUlcpeQ]
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Commenti
Complimenti a Bruno Marfè Ed un grazie sentito da parte dei White Circle Project