di Bruno Marfé
Morire di speranza. Una veglia, una croce di legno di barcone, e i nomi di chi non è arrivato
C'è un momento, nelle grandi chiese napoletane, in cui la luce del tardo pomeriggio filtra obliqua dalle finestre laterali e deposita strisce d'oro sul pavimento di marmo. Stasera, nella Chiesa di San Pietro Martire, quella luce cadeva su una croce costruita con il legno dei barconi naufragati a Lampedusa e su un giubbotto di salvataggio appoggiato ai suoi piedi. Nient'altro. Bastava.
Rosana ed io eravamo lì in rappresentanza del Centro Fernandes di Castel Volturno — lei come volontaria, odontoiatra di professione, da anni impegnata in un servizio di cura dentale per le comunità migranti che gravitano intorno al Centro; io come osservatore e come qualcosa di più difficile da definire: testimone, forse. La veglia si chiamava "Morire di Speranza" e portava la firma congiunta di molte realtà: la Comunità di Sant'Egidio, le Chiese Evangeliche Oltremani Napoli, il Consultorio Diocesano Caritas Sessa Aurunca, le Acli Metropolitane di Napoli, la Caritas diocesana, i Comboniani "Black & White" di Castel Volturno, l'Associazione Padre Franco Scigluzzo di Pagani. Un'alleanza larga, non sempre scontata, riunita da una sola intenzione: ricordare i morti senza abituarsi a loro.
I nomi
In certe liturgie il numero è già di per sé un atto di resistenza. Il libretto distribuito all'ingresso lo riportava con precisione: 4.532 profughi morti o dispersi da giugno 2025 ad oggi, nel Mediterraneo e lungo le vie di terra, cercando di raggiungere l'Europa. Ma la veglia non si fermava al numero. Lo attraversava, nome per nome.
Mariam, neonata ivoriana, sbarcata a Lampedusa il 16 maggio 2026 con la madre su un'imbarcazione di 55 migranti — morti di ipotermia prima che qualcuno potesse fare qualcosa. Sofien, algerino, Akter del Bangladesh, il piccolo Lucky nigeriano: naufragati il 29 marzo al largo tra Tunisia e Algeria, 35 tra morti e dispersi, solo sedici tratti in salvo. Coulibaly, maliano, Souleymane guineano, Zhouhoura senegalese con la piccola Thabet: erano su una barca partita dal Gambia diretta alle Canarie, 160 persone, 134 non ce l'hanno fatta. Shaima e Soula, giovani donne sudanesi, morte nel Canale della Manica su una piccola imbarcazione il 3 maggio. Krishantha dallo Sri Lanka, Zahra dall'Iran, la piccola Zhiliang cinese, scomparsi sul fiume Una al confine tra Croazia e Bosnia. Yahya Kadish, morto di fame e sete sulla strada per l'Arabia Saudita attraverso lo Yemen, il 24 luglio scorso.
Ogni nome era seguito dal Kyrie eleison dell'assemblea. Non come formula, ma come risposta al silenzio che ogni nome portava con sé. Dopo un po', quel canto diventava qualcosa di fisico, qualcosa che si deponeva nel petto.
Dal 1990 ad oggi: oltre 76.500 morti e dispersi nel tentativo di raggiungere l'Europa. Più di 50.000 dal 2015. Cifre che la mente rifiuta di trattenere intere, e che forse è giusto non trattenere intere — perché trattenerle intere significherebbe averle già metabolizzate, e non è questo il luogo della metabolizzazione.
La voce di Rosana
A un certo punto della veglia, Rosana è stata invitata a leggere una delle intenzioni di preghiera. Si è alzata con la compostezza di chi non ama i riflettori e ha letto, con voce ferma:
"Per gli africani costretti a migrare all'interno del loro continente, per chi è vittima dell'odio religioso e blasfemo in Asia e ovunque, per chi è costretto ad emigrare a causa degli sconvolgimenti climatici e della povertà, preghiamo."
Chi la conosce sa che quelle parole non erano per lei astratte. Le mani che tengono uno strumento odontoiatrico nella bocca di un paziente che non parla italiano, che non ha tessera sanitaria, che forse non ha nome su nessun registro — quelle mani sanno di cosa parlano quelle parole. La cura, quando è davvero tale, non chiede il passaporto.
L'omelia
Monsignor Giuseppe Mazzafaro, Vescovo di Cerreto Sannita-Telese-Sant'Agata de' Goti, aveva introdotto la serata con un discorso che non cercava di consolare, ma di interrogare. Ha citato una lettera scritta da un migrante al fratello rimasto in India, raccolta da una cronaca missionaria: "Se la vita che fai è quella che mi racconti, in confronto alla tomba è un rifugio caldo." Una frase che svuota di senso qualsiasi argomentazione sull'invasione e sui flussi.
Ha ripreso le parole di Papa Francesco alle Canarie: "Ogni barca che arriva non porta solo migranti, porta con sé una domanda: che tipo di mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli e sorelle devono rischiare la morte per cercare la vita?" Ha tenuto insieme due diritti che il dibattito pubblico preferisce contrapporre: il diritto di chi fugge a cercare protezione, e il diritto a non dover migrare — il diritto di restare nella propria terra senza essere costretti ad abbandonarla per guerra, fame, persecuzione.
Ha parlato dei falsi profeti del presente: chi promette sicurezza alzando muri invece di combattere le disuguaglianze; chi propone la re-migrazione come soluzione; chi si arricchisce seminando paura. E dell'Europa che invecchia ripiegata su se stessa, "preoccupata di difendere quello che ha, spaventata da tutto quello che viene a turbare il suo stile di vita" — un'Europa che rischia di barattare la propria identità morale con una falsa sicurezza.
"Non si può morire di speranza" — ha concluso. La speranza è una forza che genera vita, non una condanna. Ha citato Giovanni XXIII all'apertura del Concilio: "Tanto Aurora testa. È soltanto l'aurora." E ha detto che anche quella sera, in quella chiesa, qualcosa di simile a un'aurora era percepibile — nelle comunità che si spendono per i migranti, nel lavoro silenzioso di chi non aspetta i riflettori. Ha salutato gli amici del Centro Fernandes. Ha salutato i Comboniani di Castel Volturno.
Il segno finale
La veglia si è chiusa con un canto ucraino, poi uno africano, poi il Padre Nostro recitato come preghiera di "una sola famiglia". I fiori distribuiti all'ingresso sono stati sollevati e benedetti come segno di speranza — per il futuro dei migranti, e per un mondo in cui nessuno sia più costretto a morire inseguendo una possibilità di vita.
Uscendo, ci siamo fermati un momento davanti alla croce di legno di barcone. C'è qualcosa di molto antico, nel gesto di costruire un simbolo sacro con i resti di una catastrofe. I cristiani lo sanno da sempre. Stasera lo sapevano anche tutti gli altri.
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