Giuseppe Davanzati e la “Dissertazione sopra i vampiri”. Tra superstizione e razionalismo nel Settecento europeo.

Pubblicato il 3 giugno 2026 alle ore 20:04

di Roberto Alicandri

Molto prima che il vampiro diventasse una figura centrale della letteratura gotica ottocentesca, l’Europa del Settecento era già attraversata da racconti inquietanti riguardanti morti che ritornavano dalle tombe per tormentare i vivi. Nei territori balcanici e nell’Europa orientale si diffusero numerose testimonianze legate a presunti casi di vampirismo. Epidemie improvvise, corpi riesumati ritenuti “incorrotti”, paure collettive alimentate dall’ignoranza scientifica e dalla superstizione popolare. In questo clima nasce la Dissertazione sopra i vampiri di Giuseppe Davanzati, uno dei testi più singolari della cultura italiana settecentesca. L’opera non è un racconto fantastico nel senso moderno del termine, ma un tentativo di osservare razionalmente un fenomeno che all’epoca veniva considerato reale da gran parte della popolazione europea.

Giuseppe Davanzati nacque a Bari nel 1665 e fu una figura importante dell’ambiente ecclesiastico e culturale italiano del XVIII secolo. Arcivescovo di Trani, uomo di grande cultura e vicino agli ambienti del primo Illuminismo, dedicò parte dei suoi studi alla riflessione sui fenomeni considerati soprannaturali. La sua formazione gli consentì di confrontarsi con il pensiero europeo del tempo, mantenendo sempre una posizione equilibrata tra religione e razionalità. La Dissertazione sopra i vampiri nasce proprio da questa esigenza culturale: comprendere e spiegare attraverso la ragione quelle vicende che il popolo attribuiva al demonio o al ritorno dei morti.

Nel Settecento il vampiro era molto diverso dall’immagine elegante e aristocratica resa celebre successivamente dalla letteratura romantica. Non esisteva ancora il fascino oscuro del conte Dracula. Il vampiro apparteneva soprattutto all’immaginario contadino e popolare. Era associato alle epidemie, alla decomposizione dei corpi e alla paura della morte. In molte regioni europee si credeva realmente che alcuni defunti potessero tornare a tormentare le comunità, diffondendo malattie o provocando morti improvvise. Non erano rari i casi di riesumazione dei cadaveri, talvolta trafitti o bruciati per impedire loro di “ritornare”.

Davanzati osserva questi fenomeni con attenzione ma anche con evidente spirito illuminista. Secondo l’autore, dietro i racconti sui vampiri si nascondono soprattutto ignoranza, suggestione collettiva e incapacità di spiegare scientificamente determinati eventi naturali. Il suo testo assume così un valore che va oltre la semplice curiosità folklorica. La Dissertazione sopra i vampiri rappresenta infatti una testimonianza importante del passaggio culturale tra il mondo dominato dalla superstizione e quello guidato dalla ragione illuminista. Attraverso il tema del vampiro emerge un’Europa ancora profondamente legata alle paure medievali ma ormai avviata verso una nuova mentalità fondata sull’osservazione critica della realtà.

Il fascino dell’opera di Davanzati risiede proprio in questa sua duplice natura. Da una parte il testo conserva il mistero e l’atmosfera inquieta delle antiche credenze popolari; dall’altra mostra il tentativo moderno di interpretare razionalmente l’ignoto. Il vampiro diventa così simbolo delle paure più profonde dell’uomo: la morte, il contagio, il ritorno del passato e tutto ciò che sfugge alla comprensione umana. Per questo la Dissertazione sopra i vampiri continua ancora oggi a essere un’opera di grande interesse storico e culturale, capace di raccontare il momento in cui la ragione iniziava lentamente a sfidare le ombre della superstizione.

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