Il ferro e il mare. Una storia di Bruno Marfé.

Pubblicato il 19 aprile 2026 alle ore 09:01

In Partiture Letterarie valorizziamo anche i racconti inediti, nati dalle penne e dalla sensibilità di ciascuno di noi, perché crediamo che la scrittura sia prima di tutto uno spazio libero, capace di custodire visioni, memorie e intuizioni profonde.

Con grande piacere pubblichiamo Il ferro e il mare, un racconto di Bruno Marfé che si distingue per la sua forza evocativa e per la capacità di trasformare un fatto reale in una narrazione intensa e carica di significato.

Attraverso la storia della piattaforma Paguro, il testo conduce il lettore in un viaggio che attraversa la distruzione e approda, in modo inatteso, alla rinascita. Il mare diventa protagonista silenzioso di una trasformazione lenta e ostinata, capace di restituire vita laddove l’uomo aveva lasciato solo ferro e abbandono. Non è soltanto un racconto, è una riflessione profonda sul rapporto tra uomo e natura, sul tempo, sull’errore e sulla possibilità di un nuovo inizio.

 

Buona lettura.

(Roberto Alicandri)

Il ferro e il mare

di Bruno Marfé 

C’era una volta una struttura d’acciaio che nessuno amava. Era nata per estrarre, per bucare, per prendere. Affondava le sue zampe metalliche nel ventre dell’Adriatico come un ragno paziente, e per anni aveva fatto il suo mestiere senza chiedere permesso.

Gli uomini venivano e andavano, con le loro tute arancioni e il loro rumore, e lei restava lì, indifferente al vento e alle stagioni, a contare i barili come si contano i giorni di una pena. Poi, un settembre del 1965, il mare decise che era abbastanza.

Un’esplosione. Il fuoco sull’acqua. Il ferro che si piega come carta bagnata. Gli uomini urlano, le fiamme urlano, e la piattaforma Paguro - che porta il nome del granchio, quasi un presagio - sprofonda lentamente verso il fondo, portandosi dietro il suo carico di lamiere contorte e silenzio.

Il mare chiude sopra di lei come una porta. Per molto tempo, il buio.

Sul fondale, a quarantadue metri di profondità, il relitto giaceva immobile. Gli uomini in superficie litigavano sulle responsabilità, scrivevano rapporti, aprivano inchieste. Laggiù, invece, accadeva qualcosa di diverso. Qualcosa di lento, e di ostinato, e di bellissimo. La prima fu una cozza. Minuscola, quasi ridicola, si agganciò a una trave arrugginita come se avesse trovato casa. Poi un’altra. Poi cento. Poi mille. Le spugne arrivarono dopo, silenziose e metodiche, e i coralli costruirono le loro cattedrale pazienti, millimetro dopo millimetro, anno dopo anno. Le orate scoprirono che tra le lamiere si stava al riparo dalla corrente. I branzini capirono che lì i predatori non arrivavano facilmente. Le seppie deposero le uova nelle cavità dove un tempo scorrevano i tubi del metano.

Il ferro arrugginiva. La vita cresceva. Nessuno aveva pianificato nulla. Non c’era un progetto, né un finanziamento, né una delibera comunale. C’era solo la natura che fa quello che sa fare meglio: riempire i vuoti, occupare gli spazi, trasformare la rovina in possibilità.

In un mare come l’Adriatico, dove il fondale è per lo più sabbia e fango e monotonia, un substrato duro è un evento. È come piantare un albero in mezzo al deserto e aspettare che arrivi la foresta. E la foresta arrivò — non di rami e foglie, ma di pinne e tentacoli e membrane iridescenti.

Decennio dopo decennio, il relitto del Paguro divenne qualcosa che nessun ingegnere aveva progettato e nessun biologo aveva predetto con esattezza: un ecosistema. Uno dei più ricchi dell’intero Adriatico.

Oggi i subacquei scendono fino a lei con le loro bombole e le loro macchine fotografiche, e quando risalgono hanno negli occhi una luce particolare. Cercano le parole e non le trovano subito, perché quello che hanno visto non corrisponde a nessuna categoria ordinaria.

Non è un reef tropicale. Non è una scogliera mediterranea. È qualcosa d’altro: una via di mezzo tra il naufragio e il giardino, tra la catastrofe e la rinascita. Le lamiere che furono distruzione sono diventate substrato. I tubi che portavano gas sono diventati tane. La piattaforma che estraeva è diventata - senza volerlo, senza saperlo - un santuario.

L’Unione Europea l’ha riconosciuta come Sito di Importanza Comunitaria. Le è stato dato, in un certo senso, un secondo nome. Una seconda vita.

 

La storia del Paguro è una favola scomoda, perché non insegna quello che vorremmo.

Non ci dice che la natura è fragile e va protetta dalle mani degli uomini. Ci dice qualcosa di più difficile da accettare: che la natura è tenace, adattiva, capace di prendere il peggio che le offriamo e trasformarlo in qualcosa di inatteso. Che l’eredità industriale, a certe condizioni e con certi accorgimenti, può diventare patrimonio biologico. Che rimuovere non è sempre sinonimo di ripristinare, e che a volte il gesto più ecologico è anche il più controintuitivo: lasciare.

Non abbandonare - lasciare. C’è una differenza enorme, e il Paguro la incarna da sessant’anni.

 

Sul fondale dell’Adriatico, il ferro arrugginisce ancora, lentamente, verso la sua dissoluzione finale. Ma prima di diventare polvere di ruggine, ospiterà ancora migliaia di specie, ancora milioni di uova, ancora generazioni di pesci che non sapranno mai di abitare quello che fu un errore umano.

Il mare ha preso una catastrofe e ne ha fatto una casa.

Forse è questo il vero paradosso d’acciaio: che la natura non aspetta il nostro permesso per ricominciare. Aspetta solo che ci facciamo da parte - o che affondiamo abbastanza in profondità da non disturbare più.

 

Il relitto della piattaforma Paguro si trova a circa 10 miglia a largo di Marina di Ravenna, a 42 metri di profondità. È riconosciuto come Sito di Importanza Comunitaria (SIC) ed è considerato uno degli ecosistemi sommersi più ricchi dell’Adriatico.

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