Resoconto su Morte e pianto rituale del mondo antico di Ernesto De Martino

Pubblicato il 13 aprile 2026 alle ore 12:43

Appunti, riflessioni e sintesi dopo una lettura di E. De Martino, Morte e pianto rituale nel mondo antico. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria, Bollati Boringhieri, Torino 2008 (I ed. 1958)

di Chiara Franchitti

 

Noi siamo partiti dai frammenti di un’Atlantide sommersa e abbiamo cercato di ricostruire la configurazione del continente prima del cataclisma che lo sprofondò nell’Oceano, e il carattere del cataclisma che cagionò lo sconvolgimento. Fuor di metafora, siamo partiti dai relitti folklorici del lamento funebre, siamo risaliti al lamento funebre antico e al suo nesso col pianto stagionale, per ridiscendere poi nel corso del tempo sino al momento in cui, disarticolato che fu quel nesso nella storia religiosa di Israele, il lamento funebre entrò col Cristianesimo in una crisi decisiva. Siamo così tornati al punto di partenza, cioè alla disgregazione folklorica di quanto oggi, nel mondo moderno, non ha tenuto il passo con la storia. Il circolo del discorso storiografico è stato in tal modo chiuso: dal presente al presente, mediante il passato e per illuminare il presente (p. 308).

Senza dubbio il dolore straziante legato ai momenti in cui ci si ritrova privati della presenza corporea di persone care è immenso, se non incolmabile. Ma è altrettanto vero che in quegli stessi momenti si impone con impellenza la ricerca di tutte le forze e le ragioni necessarie per evitare “una perdita ulteriore”: la perdita di se stessi, conseguante al lutto che ci si ritrova a vivere, il quale se affrontato in modo inadeguato, inopportuno e sconveniente potrebbe sfociare in disperazione, con tutto ciò che potrebbe da essa dipendere. Il pericolo non è trascurabile in quanto la persona colpita e coinvolta da un lutto molto sentito per vicinanza affettiva e sentimentale, potrebbe inesorabilmente piombare in uno stato di stallo in cui ci si fossilizza nella circostanza presente. Se in tali contesti non si intravedono dei panorami di discernimento a livello culturale che orientino verso altro e che aprano ad aspettative oltre la sola situazione presente, si può giungere a creare una “seconda morte”. Quando muore una persona cara, dunque, si fa presto improrogabile la necessità di provocare “la morte della morte”, da un lato perpetuando quei valori di cui l’estinto era portatore, dall’altro cercando di ristabilire tra gli affetti delle persone rimaste un nuovo equilibro. Una dipartita che tocca da vicino, già ardua e complessa da sostenere di per sé, lo diventa ancor più se si riflette sul fatto che per coloro che restano, quello diventa un tempo di vita critico, in cui solo se si opta per un trapasso di valori si esorcizza una perdita totale. Quanto più è stretto il legame tra due persone, tanto più la morte di uno dei due fa sentire l’altro privato una parte di sé. Inoltre il distacco pone chi continua a vivere dinanzi a una lotta tra ciò che per natura scorre senza di sé e in modo irreparabile e ciò che bisogna orientare e dirigere nel valore, volgendo così la morte in continua e dinamica generazione di cultura. Il lutto o cordoglio è proprio quello sforzo che appicca un fuoco di pensieri, affetti, emozioni e sentimenti; sforzo che si rivela arduo, nel far prendere consapevolezza e nel far accettare “il passaggio della persona passata” come fattore che avviene per natura.

La fatica di “far passare” la persona cara che è passata, in senso naturale, cioè senza il nostro sforzo culturale, costituisce appunto quel vario dinamismo di affetti e di pensieri che va sotto il nome di cordoglio o di lutto: ed è la “varia eccellenza” del lavoro produttivo e differenziato a tramutare lo “strazio” - per cui tutti gli uomini rischiano di piangere “ad un modo” – in quel saper piangere che reintegra l’uomo nella storia umana (p. 9).

Il lamento funebre antico è un rito strettamente connesso al mito della divinità che muore e che risorge ed è impensabile al di fuori di questo contesto. Tale questione è di notevole rilevanza nella religiosità delle civiltà antiche del Mediterraneo.

Con una singolare ampiezza dinamica che ritrova continua eco nella nostra anima di uomini moderni il lamento antico ci permette di sorprendere il modo col quale, in un ambiente storico dal quale direttamente proveniamo e che ci siamo appena lasciati alle spalle, la dispersione e la follia che minacciano l’uomo colpito da lutto furono istituzionalmente moderate nel rito, ridischiuse alle figurazioni del mito, e drammaticamente redente nel vario operare umano, cioè nell’ethos delle memorie e degli affetti, nei significati sociali, politici e giuridici, nell’autonomia della poesia e dei gravi pensieri sulla vita e sulla morte (p. 13).

Nell’arco dell’esistenza umana, a seconda degli eventi che ci si ritrova a vivere si tende all’attività generativa o viceversa a una passività sterile. La tensione quasi naturale tra speranza e disperazione si avverte maggiormente proprio nei contesti più estremi. Un lutto ad esempio riaccende impotenza, rassegnazione e resa. Eventi luttuosi squarciano valichi profondamente umani da cui viene fuori nuda la miseria esistenziale. Persino alcuni modelli di vita aggregativa, se riaffermano con veemenza la forza incontrollabile che falcia vite umane, incanalano le persone verso una crisi esistenziale.

In punti nodali o momenti critici […] si annida la possibilità della crisi radicale e può manifestarsi quella funesta miseria esistenziale, per cui ciò che passa trascina nel nulla, ancora prima che la morte fisica ci raggiunga e quella miseria è una catastrofe maggiore di questa morte (p. 22).

I momenti critici diventano così tempi propizi per una presenza malata, la quale

 

si manifesta allora come presenza apparente, che sta nel presente in modo inautentico, poiché vi patisce il ritorno mascherato e irriconoscibile di un identico passato in cui è rimasta impigliata. […] La presenza che non ha deciso la sua storia quando doveva farlo, sta ora destorificata, cioè fuori del rapporto reale con la storia concreta, del mondo culturale in cui è inserita e in cui è chiamata continuamente ad esserci (p. 26).

tutto ciò determina un peso enorme sulle persone che a questo punto si sentono completamente schiacciate da una forza che agisce su di esse e che rende inevitabile l’angoscia, angoscia di non poterci essere in una storia umana. Ecco perché

nelle civiltà primitive e nel mondo antico una parte considerevole della coerenza tecnica dell’uomo non è impiegata nel dominio tecnico della natura […], ma nella creazione di forme istituzionali atte a proteggere la presenza dal rischio di non esserci nel mondo (p. 37).

Nascono così quelle pratiche rituali mediatrici tra la storia e l’universo mitico e metastorico.

Come già accennato, a partire dai tempi critici di impatti con vicende luttuose, si fa strada un rischio: la crisi del cordoglio. Si prende nuova consapevolezza di ciò che scorre e passa in maniera indipendente dall’umana volontà. A questo punto il bivio è chiaro: o si provoca “la morte della morte” aprendo alla vita e al valore, “sapendo” piangere, oppure si cade nella crisi profonda del non poterci essere nella storia dell’uomo.

Tra i lamenti funebri tipici del mondo antico e ciò che in qualche modo ne rimane nei riti folklorici contemporanei sopravvissuti c’è una differenza innanzitutto nella concezione del mondo legato alla morte e al post-mortem. Questa differenza è stata determinata dalla presenza ormai bimillenaria del Cristianesimo e, successivamente o in zone diverse del globo, dell’Islam. Nonostante queste grandi religioni abbiamo plasmato le concezioni divenute poi dominanti, è ancora possibile assistere a pianti rituali e a lamenti funebri. Ma questi riti folklorici sopravvissuti, sono in realtà solo frammenti deformati e ruderi impoveriti di quelle antiche realtà.

La crisi del cordoglio, da non confondere con il lamento funebre rituale, può presentarsi con caratteristiche diverse, in forme più o meno radicali: l’assenza totale e la scarica convulsiva, lebetudine stuporosa e il planctus irrelativo (comportamento orientato ad arrecare offese anche mortali alla propria integrità fisica, p. 44).

Il lamento funebre rituale lucano è da interpretarsi come ripresa e reintegrazione culturale dell’ebetudine stuporosa e del planctus irrelativo, in quanto rischi a cui è esposto chi è colpito da lutto. […] Esso si presenta oggi all’indagine etnografica con diverso grado di diffusione in rapporto alle classi sociali, all’arretratezza e all’isolamento della comunità, al sesso e all’età delle persone. In generale esso appare diffuso soprattutto fra la popolazione contadina della campagna; e per quanto in dati casi esso impegni ancora ceti non popolari, sussiste tuttavia la persuasione, nel mondo contadino, che vi siano due modi di patire la morte, quello dei poveri, che adottano il lamento rituale, e quello dei ricchi che lo hanno in ispregio. [...] Questa prevalente limitazione del lamento al solo mondo contadino (o di recente provenienza contadina), in un passato relativamente prossimo doveva essere però molto meno netta, come prova il fatto che nei più vecchi si serba ancora memoria di una costumanza secondo la quale i contadini, e in particolare le loro donne, erano tenuti, per una sorta di corvée, a lamentare la morte del padrone o di qualche membro della famiglia padronale. [...] In generale il lamento è reso oggi in Lucania dalle parenti del defunto senza concorso di lamentatrici prezzolate o professionali. Tuttavia il ricordo di “prefiche” chiamate a prestar la loro opera nei funerali è ancora vivo, e si riferisce a un passato relativamente recente (pp. 72-74).

Tra i volti della crisi del cordoglio c’è il ritorno irrelativo del defunto come allucinazione o come rappresentazione ossessiva. Ebbene il lamento può rappresentare un’attività risolutiva anche riguardo a questo aspetto, oltre naturalmente al ritrovamento di se stessi e della propria relazione col mondo esterno. Il lamento si può esprimere attraverso forme diverse: a partire da una rilettura/reinterpretazione recitativa di formule note, fino a giungere attraverso vari riadattamenti a formule rinnovate. Del resto ogni lamentatrice si esprime attraverso ciò che conosce e poi a seconda delle proprie potenzialità e capacità.

Da un punto di vista strettamente letterario il discorso protetto della lamentazione lucana consta di brevi versetti senza metro né rima, terminanti quasi sempre con un ritornello emotivo (più precisamente vocativo: beni di la sora, attàne mie, frate mie, mamma mea, schianata me ecc.). Questi versetti cantati su una linea melodica tradizionalizzata villaggio per villaggio, sono lavorati con moduli espressivi fissi tradizionalizzati. Una parte di questi moduli ha un carattere tendenzialmente epico, di glorificazione delle res gestae, anche se si tratta di un operare che non va oltre la cerchia ristretta della vita familiare: i moduli cioè rispondono alla prepotente esigenza risolutrice di riappropriarsi di ciò che del morto effettivamente è permanente e non patisce morte, cioè l’opera (nel nostro caso le opere del buon padre o del buon marito o della buona madre o della buona sorella o del buon figlio). I moduli offrono schemi emotivi di “buone opere” compiute, che sono attribuite al defunto anche se la realtà è stata diversa (p. 84).

Il folklore in Basilicata è ancora vivo e brulicante di fermento ed è pervaso di richiami allo spaventoso ritorno del morto come fantasma. Ovviamente ci sono quelle circostanze più propizie per la manifestazione di queste visioni, come i tempi di particolare spossatezza fisica, o di estrema debolezza per scarsità di cibo o ancora a causa di pesanti disturbi psichici e del comportamento. Anche le allucinazioni non avvengono in maniera casuale, ma le modalità di produzione e le modalità in cui effettivamente poi avvengono seguono una logica e dei criteri dettati dalla tradizione. I morti infatti, secondo questi criteri tradizionali, possono apparite sottoforma di animali come insetti, uccelli neri o serpenti, oltre che come fantasmi. E in Basilicata il fenomeno non è affatto inusuale ed è radicato nella cultura locale a tal punto che tra le contadine sono in tante coloro che sostengono di aver assistito almeno una volta nella vita a un “ritorno di morti”.

Dal punto di vista scientifico, e nel caso specifico, dalla prospettiva dell’etnografo, non è impresa facile il confronto tra il pianto rituale lucano e altri euromediterranei.

Il primo dato lucano da verificare sul pianto etnografico euromediterraneo è quello relativo alla presenza rituale del pianto come stato psichico istituito nel corso della lamentazione funeraria. In mancanza di analisi precise su questo punto dobbiamo contentarci di alcune indicazioni sommarie che affiorano dalla documentazione esistente, e che messe in rapporto con i risultati della analisi diretta condotta sul lamento funebre lucano acquistano valore di dimostrazione. [...] La oscillazione ritmica del busto ben si addice alla melopea del lamento, e allo stato di concentrazione sognante che caratterizza la presenza rituale del pianto: è il moto che accompagna il ritmo della ninna-nanna, ed ha al pari di esso una funzione ipnogena. In una sequenza cinematografica girata con intenti documentari nel villaggio sardo di Fonni (Barbagia) l’oscillazione laterale del busto e lo stato di concentrazione sognante durante la esecuzione dell’attittidu appaiono nel modo più chiaro e sono controllabili nella successione dei fotogrammi. In altre sequenze del lamento di Fonni le lamentatrici accoccolate presso la bara eseguono il discorso con una oscillazione in avanti del busto, verso il cadavere, abbassando ogni volta ambo le mani nella stessa direzione, come per un discorso particolarmente impegnato e vibrante: questa mimica forma un complesso isocrono di gruppo, un gestire per così dire “corale”, per cui ciascuna lamentatrice arriva nello stesso tempo delle altre allo stesso punto dell’orbita mimica tradizionalmente prescritta e indefinitamente percorsa e ripercorsa, il che conferisce alla scena un’apparenza di autonomismo collettivo, o almeno di un patire freddamente calcolato e previsto nelle sue manifestazioni espressive (pp. 104-105). 

Al lamento viene attribuito un valore ausiliatore nella conduzione dell’estinto a raggiungere la sua destinazione “nel mondo dei morti”. Per cui il lamento, pur essendo proprio dei vivi, è attuato e vissuto in favore dei morti, come se attraverso di esso si stessero prendendo per mano e guidando alla loro ultima dimora. Diventa così uno strumento di mediazione, un ponte.

Nel mondo greco il planctus tocca l’apice di vera e propria follia. Ne è celebre esempio il lamento disperato di Achille, nel momento in cui, per mezzo di Antiloco, riceve la notizia della morte di Patroclo.

«Così Antiloco disse: e una nube nera di cordoglio avvolse Achille. A due mani egli prende la cenere dal focolare, e se ne imbratta il gentile sembiante. Sulla sua tunica di nettare si spande ora una cenere nera. Ed eccolo lui stesso, il lungo corpo disteso nella polvere: con le sue stesse mani si imbratta, e si strappa i capelli. I prigionieri, bottino di Achille e di Patroclo, afflitti nel cuore, levano alte grida e accorrono intorno ad Achille il valoroso. Tutti con le loro mani si percuotono il petto, nessuno che non senta le sue ginocchia venir meno, Antiloco, da parte sua, geme e si dispera: trattiene le mani di Achille... nel timore che non si tagli la gola con la spada» (p. 178).

Le stereotipie mimiche in cui si modera il planctus nell’antico lamento funebre rituale possono essere esaurite in un elenco relativamente breve: incidersi le carni, graffiarsi a sangue le gote o gli avambracci, percuotersi (il viso, la testa, la fronte, il petto, i fianchi, le gambe); decalvarsi, strapparsi la barba, voltolarsi nella polvere o nella cenere o cospargersene il capo, stracciarsi i vestiti, scalzarsi, farsi crescere la barba o i capelli. Questi modelli di comportamento rituale non costituiscono soltanto l’equivalente attenuato e simbolico dell’impulso dell’annientamento totale, ma fissano anche la misura da osservare nella loro esecuzione, in modo che non ne provengano danni troppo gravi (p. 186).

Tra mietitura e passione vegetale sussiste un forte nesso. Nel mondo agricolo, infatti, l’atto del mietere è considerato alla stregua di una violenza mortale procurata a un nume. Allo stesso tempo però, se ne piange la morte, quasi non l’avesse causata il contadino stesso con la sua falce. In special modo, una singolare esperienza religiosa nell’universo contadino è la cosiddetta “passione del lino” seguita poi dalla lavorazione. Cantata nel tempo della raccolta del lino, ne fu poi riadattato l’utilizzo alla raccolta di altre piante e frutti, tra cui il più celebre è senza dubbio l’uva, ma anche la mietitura del grano. Tante piante, sin da epoche lontane, sono legate alla passione di un nume. Quando l’uomo si impossessa di una pianta per trasformarla a proprio uso e consumo i numi si mostrano in passione, determinando un conseguente “comportamento rituale di riparazione”, che si estrinseca in particolar modo proprio nel lamento funebre.

Arare, seminare, veder fiorire, raccogliere e veder scomparire; questa vicenda dipendeva certo in larga misura da potenze che sfuggivano al controllo umano, e tuttavia era integrata in un ordine di lavori agricoli per i quali dipendeva anche dall’uomo. Ora proprio l’urto fra questo parziale controllo umano e le immense potenze resistenti o avverse ebbe importanza decisiva nella plasmazione dell’esperienza della morte delle civiltà antiche. In particolare soprattutto nel momento del raccolto l’uomo antico in quanto agricoltore apprese il suo destino di procuratore di morte secondo valore: e qui di nuovo riecheggiava nei campi il pianto rituale della passione vegetale. [...] Pertanto se vogliamo identificare ciò che di caratteristico e di fondamentale appare in tale esperienza, e se a questo scopo ci proponiamo di considerare i momenti critici in cui l’uomo antico patì nel modo più intenso il rischio del planctus irrelativo e fu al tempo stesso impegnato con maggior energia a riguadagnare la misura dell’umana civiltà, noi non possiamo limitare la nostra analisi alla sfera del lamento funebre destinato alla morte di individui storici nel quadro di determinati rituali funerari, ma dobbiamo innanzitutto volgere l’attenzione al pianto rituale nel suo nesso con la passione vegetale in occasione di quell’epitome esistenziale dell’anno agricolo che fu nel mondo antico il momento critico del raccolto (pp. 216-217).

Nonostante le evoluzioni subite nel corso della storia, il pianto rituale è entrato definitivamente il crisi dall’avvento del Cristianesimo. Le vicende lunghe e travagliate legate alla storia del popolo d’Israele trovano il compimento nell’incarnazione. Prima di tale evento che cambia per sempre il corso della storia, la relazione col divino consisteva in un’alleanza tra Dio e un piccolo popolo da lui scelto, Israele. Tutta la storia attendeva il giorno del giudizio divino. Nel momento in cui Dio si fa uomo in Gesù di Nazareth, la storia cambia il suo corso. La relazione col divino muta radicalmente, in quanto Dio assume la morte su di sé e la riscatta per l’intera l’umanità, una volta per tutte.

Alla destorificazione pagana orientata verso la iterazione rituale delle origini metastoriche e alla destorificazione giudaica orientata verso l’attesa del “termine” della storia, si contrappone ora la destorificazione di un evento “centrale” che ha deciso il corso storico: un evento per cui la salvezza è data e già comincia il Regno che ha reso la morte apparente, sino alla seconda definitiva parousia (p. 288).

Da ora in poi, nella nuova coscienza religiosa e culturale, il morire naturale non dovrà più apparire nella sua scandalosa forza autonoma, ma sarà ricondotto a quella vera forza annientatrice che è il peccato come “pungiglione della morte”. Con ciò appare decisa la sorte dell’antica lamentazione funeraria e chiusa per sempre la sua epoca storica. […] Al cristiano non si addice il lamento davanti alla morte, ma se mai un sommesso versare lacrime, secondo il modello di Gesù al sepolcro di Lazzaro (p. 290).

Per quel che concerne il lamento funebre, il Cristianesimo e la Chiesa svolgono in sostanza fedelmente l’ammonimento di Gesù alle donne che lo seguono verso il Calvario (“non fate lamenti su di me, ma su voi stesse e sui vostri figli”). L’accento qui si sposta decisamente verso l’esperienza della morte come peccato, ed in conformità di ciò che la mimica del planctus e i comportamenti del lutto sono dal Cristianesimo mantenuti soprattutto sul piano della prassi penitenziale, dove il battersi il petto, lo sciogliersi e il radersi i capelli, il cospargersi il capo di cenere, l’assumere un aspetto sordido e l’indossare un abito ad hoc, il digiunare e il lamentarsi accennano a quale debba essere per il cristiano la vera morte e il vero cordoglio. In questa disarticolazione del pianto antico anche al pianto stagionale toccò ovviamente una crisi decisiva (pp. 305-306).

Ciò non impedì però lo sviluppo affascinante della figura della Mater Dolorosa nella scena della Passione di Cristo, nonostante la specifica scena non fosse effettivamente presente nel Nuovo Testamento. Eppure nel Medioevo il planctus Mariae assunse notevole popolarità, prima in lingua latina, poi in volgare.

Da un punto di vista storico-religioso tali sopravvivenze, medievali o moderne che siano, hanno un valore storico o per ricostruire il lamento antico ovvero per lumeggiare le resistenze contro cui la Chiesa fu chiamata a combattere nel corso della sua opera plasmatrice del costume (p. 298).

La popolarità del planctus Mariae medievale […] e la sua germinalità rispetto alle Passioni deriva soprattutto dal fatto che la rappresentazione drammatica del suo cordoglio oggettivava in un cordoglio esemplare, illuminato di pazienza e di speranza, gli infiniti cordogli terreni di un mondo vulnerato dalla morte, esposto al rischio della crisi e ancora incline a ricadere nei modi della lamentazione pagana (p. 303).

Si giunge così, con una studiata composizione ad anello, di nuovo al tempo presente. Nonostante per molti versi l’uomo è lo stesso di sempre, e infondo è restio ai cambiamenti - e ne sono prova, in questo caso, le millenarie resistenze di un rito così antico come il lamento funebre - l’evoluzione culturale porta a un cambiamento di mentalità, di concezione della storia e della vita, che inevitabilmente intacca abitudini e tradizioni anche antichissime. E riti che, seppur mutati, svuotati e depauperati, in qualche modo e in qualche forma sono sopravvissuti ai secoli e ai cambi epocali, nella società contemporanea particolarmente fluida e caratterizzata da cambiamenti repentini, sono destinati a scomparite definitivamente. Per fortuna ricerche scientifiche come questa, fatte nei tempi opportuni, ne testimoniano la storia.

Aggiungi commento

Commenti

Non ci sono ancora commenti.