L’ultimo ciclo: la poesia “La Morte” di Gipo
Giungi placida, soave e serena
entri in ogni casa
sapendo e prendendo ciò che vuoi.
Odiata da tutti
ma amata da pochi.
Hai un trascico pieno di tenebre
ma un avvenire riposante.
Scura in volto e chiusa a tutti.
Sei la parola che chiude un ciclo,
il ciclo della vita.
di Bruno Marfé
C’è un’incredibile forza nella voce di Gipo. L’ho sentito subito dopo la pubblicazione della sua poesia A Dario, costretto a una forzata pausa, e nonostante le gambe stanche, quella voce risuonava ancora carica di vita e gratitudine. Mi ha dato appuntamento al “suo” bar, con la certezza di chi ha ancora passi da compiere.
Mentre aspetto di riabbracciarlo, sono tornato a sfogliare le sue poesie e mi sono fermato su una pagina che, data la circostanza, potrebbe far tremare i più scaramantici. Ma Gipo non è uomo di paure superficiali. Nella sua poesia intitolata "La Morte", egli ci offre una visione che è l’esatto opposto del terrore.
Un termine nuovo per un’emozione antica
C’è una parola nel testo che colpisce come un lampo inatteso: trascico. Gipo scrive: "Hai un trascico pieno di tenebre”.
Sebbene il vocabolario suggerirebbe “strascico”, l’uso di trascico appare qui come una potente sintesi - forse involontaria, forse un lapsus rivelatore. Sembra fondere il concetto dello strascico (la scia oscura che ci si lascia alle spalle) con l’atto del trascinare (il peso della vita che finalmente trova riposo). È una parola che “pesa”, che rende materico il passaggio verso l’ignoto, rendendo ancora più forte il contrasto con ciò che segue: un “avvenire riposante”.
La dignità della fine
In questo componimento, la Morte non è un nemico da fuggire, ma una figura che giunge “placida, soave e serena”. Gipo ha il coraggio di scrivere ciò che molti pensano ma pochi dicono: che se è vero che è “odiata da tutti”, è anche “amata da pochi” - forse da chi, dopo una vita lunga e intensa, vede in lei la parola che finalmente “chiude un ciclo”.
Perché pubblicarla ora?
Pubblicare questa poesia oggi non è una sfida alla sorte, ma un omaggio alla maturità spirituale di un uomo che sa guardare in faccia ogni stagione dell’esistenza. Gipo ci insegna che non bisogna temere la “fine” del foglio, perché è proprio quella parola a dare un senso a tutto il racconto che l’ha preceduta.
Forza Ugo, il tuo “trascico” di tenebre è ancora lontano, e quel prato gioioso di cui scrivevi per il piccolo Dario può aspettare. Noi ti aspettiamo al bar.
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