L'uomo: abitare un grido lungo cinquant'anni

Pubblicato il 27 aprile 2026 alle ore 12:27

di Bruno Marfé

Ci sono opere che non si lasciano ascoltare: pretendono di essere attraversate. Non si offrono: ti chiamano. Non finiscono: continuano a vivere dentro chi le ha incontrate.

L’Uomo degli Osanna è questo: non un disco, ma una soglia. Una fenditura nel tempo.

Lo acquistai nel 1971, nel gesto semplice e inconsapevole di chi crede di portarsi a casa un vinile. In realtà, stavo accettando un patto: lasciare che quella musica ridefinisse i confini del mio sguardo, della mia percezione, della mia stessa idea di uomo.Perché L’Uomo non si limita a raccontare: interroga. E ogni ascolto è una risposta diversa. 

Architetture parallele: costruire e suonare. 

La vita, talvolta, compone partiture più ardite della musica stessa. Nei corridoi del Comune di Napoli, mentre prendeva forma il mio percorso da ingegnere, un’altra traiettoria si muoveva silenziosa e parallela: quella di un giovane architetto, Massimo Guarino. Ci incontrammo nel luogo più concreto e meno simbolico che si possa immaginare: un cantiere. La Biblioteca Benedetto Croce, nel cuore del Vomero. Disegni, calcoli, verifiche. Materia. Struttura. Precisione. E poi, all’improvviso, la rivelazione: quell’uomo così saldo nella logica della costruzione era anche il battito primigenio di un’esperienza sonora radicale. Era il batterista degli Osanna. Era dentro L’Uomo.In quell’istante ho compreso qualcosa che nessun manuale di ingegneria insegna: che la vera architettura è sempre doppia. Una costruisce spazi. L’altra costruisce coscienze. E a volte coincidono.

Il rito e la restituzione

Alcuni cerchi non si chiudono: si consacrano. Nel 2017, alla Casina Pompeiana, quello che era stato ascolto è diventato incontro.
La presentazione di Pape Satàn Aleppe non fu un evento: fu un rito.

È lì che la distanza tra opera e vita si è dissolta, lasciando spazio a qualcosa di più raro: una relazione vera. Un’amicizia con Lino Vairetti. Vairetti non “resiste” al tempo: lo attraversa. Non lo subisce: lo piega alla propria urgenza espressiva.

Guardarlo oggi significa riconoscere che la creazione autentica non invecchia: muta forma, ma non intensità. E continua a interrogare.

Castel Volturno: geografia dell’eco

E poi accade ciò che nessuna sceneggiatura saprebbe prevedere. Le traiettorie si piegano. I luoghi si rispondono.
Le vite si riallineano. Castel Volturno diventa il nuovo punto di intersezione.
Non più uffici, non più istituzioni, ma una linea di costa dove il mare impone un altro ritmo, più profondo, più antico.

Qui, tra il vento e la salsedine, L’Uomo continua a esistere. Non come oggetto, ma come eco.

Ogni conversazione è una variazione sul tema. Ogni incontro è una ripresa. Ogni silenzio è ancora musica.

Coda: l’opera che non finisce

Ci sono dischi che appartengono alla storia.
E poi ci sono opere che si sottraggono alla storia per diventare esperienza. L’Uomo è una di queste.

Non si consuma. Non si archivia. Non si supera. Si abita.

E abitandolo, si scopre che quel grido lanciato oltre cinquant’anni fa non si è mai spento. Ha solo cambiato corpo. Il nostro.

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